Il Tirreno

Livorno

Assalto alla Prefettura «È un processo politico»

di Federico Lazzotti

Ex caserma occupata in piazza: domani inizia il dibattimento con 22 imputati «Ci vogliono eliminare, sfidiamo la magistratura a dimostrare le nostre violenze»

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LIVORNO. Il 2 dicembre scorso, giorno della manifestazione non autorizzata per le strade del centro, sventolavano uno striscione con la scritta «Livorno non si piega». Sette mesi più tardi, a 48 ore dall’inizio del processo nel quale buona parte dei membri dell’ex Caserma occupata dovrà rispondere in tribunale dei reati legati all’assalto alla Prefettura, il popolo antagonista si raduna alla spicciolata davanti al Comune, c’è chi arriva a piedi, chi in bici, una ragazza ha portato anche la carrozzina.

«Solidali con chi lotta», si legge sul lenzuolo di una decina di metri che occupa buona parte dell’ultimo tratto di via degli Avvalorati.

Giovanni Ceraolo, 31 anni, principale indagato dell’inchiesta sui disordini avvenuti in città tra il 30 novembre e il 2 dicembre, allora come oggi, tiene in mano il megafono degli antagonisti.

«Quello che inizia giovedì - spiega - sarà un processo politico contro l’ex Caserma occupata. Basta solo dire che sui 22 imputati rimasti, 18 sono persone che frequentano la struttura di via Adriana. Ma c’è di più. Vogliamo denunciare un attacco generale da parte della magistratura verso di noi. Perché il processo sul cosiddetto assalto alla Prefettura è solo uno dei procedimenti aperti nei nostri confronti. Ad esempio l’8 luglio un ragazzo che ha occupato una casa non assegnabile da parte del Comune al Refugio dovrà risponderne davanti al giudice».

Poi c’è la questione della presunta occupazione della Fortezza Nuova. «Per quell’episodio a venti di noi è arrivato un decreto penale di condanna per una cifra complessiva di 100mila euro, vale a dire 5.200 euro a testa. Ovviamente abbiamo rigettato il decreto e abbiamo deciso di difenderci giuridicamente e penalmente in questo procedimento come negli altri nei quali siamo indagati o imputati. Ecco perché ci chiediamo e chiediamo se la città di Livorno si possa permettere che chi opera nel sociale come noi vada in galera nel giro di qualche anno».

Lo stesso Ceraolo riconosce che l’organizzazione è spesso «al limite della legalità». A cominciare dall’occupazione di alcune strutture abbandonate fino alle manifestazioni non autorizzate poi degenerate in violenze.

Dunque non stupisce che l’obiettivo sia che la problematica «venga affrontata da un punto di vista politico, poiché - insiste - sfidiamo la magistratura a dimostrare le responsabilità individuali e le eventuali violenze degli imputati». Nonostante questi, però di entrare nel sistema per far passare le proprie idee non se parla. «Ci abbiamo pensato ma non vogliamo fare la fine dei grillini che hanno messo dentro i loro pensando di poter sparigliare le cose, senza riuscirci».

Il messaggio, dunque, che sarà anche la linea difensiva è chiaro: non ci dissociamo dalle violenze dell’assalto alla Prefettura, ma l’episodio - come ha scritto il giudice nell’ordinanza di misura cautelare - va inserito nei disordini e nella cattiva gestione dell’ordine pubblico nei due giorni precedenti.

Domani, per la prima udienza, davanti al tribunale il Comitato “Livorno non si piega” ha annunciato un picchetto di solidarietà per affermare «la libertà di espressione e manifestazione di tutte e di tutti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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