Il Tirreno

Livorno

Il Rinascimento del bianco di Montecarlo

di Antonio Valentini
Il Rinascimento del bianco di Montecarlo

In Lucchesia un’area Doc piccola ma agguerrita: nella cantina “L’Infernetto” le bottiglie di una storia prestigiosa

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Una catasta di bottiglie. piene di vino, alta come un palazzo di tre piani, scorre avanti e indietro su dei binari, azionata da un telecomando. Poco lontano, nella cantina ribattezzata “L’Infernetto” in analogia alla tradizione piemontese, sono allineate le bottiglie che hanno fatto la storia dell’azienda. Prima fra tutte “Il Gatto nero”, annata 1964, prodotta per l’omonimo ristorante torinese che, nonostante i cambi di gestione, a distanza di 39 anni resta uno dei clienti più affezionati.

Innovazione e tradizione costituiscono la base fondante, ma anche l’orizzonte strategico della Tenuta del Buonamico, autentica istituzione nell’ambito della minuscola Doc di Montecarlo, di cui fanno parte 17 aziende. Eugenio Fontana, che dal 2008 la gestisce assieme al babbo Dino, racconta che all’epoca la sua famiglia avrebbe potuto investire altrove, magari a Bolgheri o in Maremma, ma di aver poi deciso di mantenere il legame con il proprio territorio, con quella zona vinicola che fa della dimensione ridotta una virtù: «È tutto qui, nel raggio di pochi chilometri - racconta Fontana -. Chi ci arriva in visita, in un giorno può farsi un’idea complessiva dei vini di tutti i produttori». E a giudicare dal via vai continuo di turisti stranieri nella sua cantina, quella adottata è una formula azzeccata: visite guidate e degustazioni sette giorni su sette, senza distinguere tra gruppi o singole persone, con i dodici vini aziendali abbinati ai migliori prodotti del territorio.

Dal vino all’olio. Alla Tenuta del Buonamico si respira entusiasmo. E diversamente non potrebbe essere, visto lo spirito con cui nel 2008 i Fontana rilevarono l’azienda dai precedenti proprietari, Aldo Grassi ed Egiziano Maestrelli, con interessi solo accessori nel mondo del vino e comunque subordinati al settore alberghiero, ai supermercati e persino al calcio, con trascorsi ai vertici della Lucchese. «Non era il loro business principale e l’azienda stava sostanzialmente ferma». Insomma, se anche Fontana non lo dice esplicitamente, la produzione era contagiata dallo stesso appiattimento di cui soffriva la Doc di Montecarlo, appannata a dispetto del proprio blasone. Al contempo suo padre aveva abbandonato il settore dell’olio, nel quale lavorava attraverso la Salov, produttrice dei marchi Sagra e Filippo Berio, con la cessione del timone aziendale ai suoi tre fratelli e conseguente rivisitazione di una tradizione familiare che andava avanti da tre generazioni.

L’investimento a Montecarlo. Quando, cinque anni fa, i Fontana rilevarono la Tenuta del Buonamico, gli ettari vitati erano 18. A fine 2015, termine fissato per gli investimenti, saranno 36. Nel frattempo è stato rifatto tutto nuovo, dalla sala degustazione e vendita alla tinaia, dalla barriccaia all’avveniristico magazzino, pieno di automatismi e suggestioni tecnologiche. Ovunque si nota la mano dell’architetto Paolo Riani, ma sulle dodici etichette sono impresse le impronte degli enologi Alberto Antonini e Stefano Dini. Eugenio Fontana racconta con entusiasmo il suo lavoro: «Montecarlo sta vivendo un secondo Rinascimento, dopo la fondazione del 1333. I vini di questa zona erano considerati tra i migliori d’Italia, al punto che furono serviti al Quirinale, nell’anno 1930, alle nozze tra Umberto I e Maria Josè di Savoia». E poi? «Poi tanta rinomanza è andata perduta nel tempo. La Toscana ha acquisito prestigio per i vini rossi, ma questa zona era nata per i bianchi...»

L’ottimismo in tempo di crisi. La piccola Doc lucchese aveva raggiunto una notorietà tale tra i bianchi, che i suoi vini venivano definiti gli “Chablis di Montecarlo”. Ma ora che la corsa all’oro iniziata vent’anni fa si è fermata, ogni cosa si è fatta più difficile. Soprattutto perché la crisi comprime i consumi interni e riduce i volumi di affari. Era giusto piegarsi al nuovo ordine di cose imposto dalla recessione, piombata sull’Italia nel momento in cui la Tenuta del Buonamico attraversava la fase più delicata del rilancio? Oppure si doveva reagire? I Fontana hanno scelto la seconda strada, senza mollarla di un centimetro e senza piegarsi alla logica di trascurare il mercato interno. Tant’è che alla distribuzione, se a corto raggio, ci pensano autonomamente: «Non abbiamo corrieri per gran parte della Toscana - spiega Eugenio -. Facciamo da soli, anche se questo comporta più costi che vantaggi. Al massimo arriviamo in 12 ore, ma ci sono casi in cui abbiamo concluso la consegna in un’ora e mezzo. Costa ed è faticoso, però il cliente capisce la nostra filosofia».

Un’etichetta tira l’altra. Dai Fontana si producono 12 vini e una grappa: i dolci “Oro di re” e “Vin Santo”; i Montecarlo bianco e vermentino; il Rosato Igt Toscana; il “Vasario”, i Montecarlo etichetta blu e rossa; il “Cercatoja”; il “Fortino”; i due “Dieciemezzo”, bianco e rosso. In tutto 120mila bottiglie. Ma tra tutte spicca il Fortino, prodotto in cinquemila unità, che proviene da un vitigno di syrah tra i più vecchi d’Italia: «La zona di Montecarlo è vocata per i syrah - sottolinea Eugenio Fontana -: qui i vitigni francesi furono impiantati nel 1870 quando uno dei primissimi viticoltori, Giulio Magnani,andò in Francia per studiare le tecniche di vinificazione e le varietà. Portò alcuni ceppi in Italia: semillon, cabernet e merlot da Bordeaux, roussanne e syrah dalla regione del Rodano, pinot dalla Borgogna. Per questo agli stranieri in visita nella mia azienda dico che qui coltiviamo le tipologie francesi non per moda, come avviene in altre zone del mondo, ma solo perché fanno parte della nostra cultura vinicola».

Prezzo e clima. Montecarlo è un’enclave transalpina in terra di sangiovese. In qualche maniera ricorda l’affermatissima Bolgheri, dove però il numero delle varietà è di sicuro inferiore e ciascun produttore si basa su un numero limitato di etichette. Ma proprio da Bolgheri si discosta per i prezzi medi, sicuramente più bassi. Anche se, qui come altrove, troppe variabili indipendenti dal mercato incidono sui listini. Eugenio Fontana spiega il perché: «Io distinguo tra produttore e imbottigliatore. Il primo vive da novembre a settembre senza sapere come andrà a finire, nel senso che le condizioni meteorologiche andranno a incidere sulla qualità e sulla quantità, finendo per determinare il prezzo. Gli imbottigliatori, invece, non hanno problemi del genere: se il vino non lo comprano da una parte, vanno da un’altra». Loro, i vitivinicoltori, restano invece inchiodati dove sono, in balia di estati capricciose e di primavere dissolte.

@amvalentini

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