La protesta
Il bianco in Maremma, sfida controcorrente
Nell’azienda agricola Montauto, tra Capalbio e Manciano, nascono prodotti che hanno conquistato gli assaggiatori
I vigneti che ricalcano il profilo orografico dei rilievi sono come le onde di un mare verde circondato dal bosco. Non fosse perché il Tirreno dista dieci chilometri in linea d’aria, sarebbe autorizzata persino la fantastica illusione di camminare in mezzo ai filari pensando di nuotare in un oceano. Quassù nell’azienda agricola Montauto, quasi a metà tra Capalbio e Manciano se solo ci si affacciasse sulla strada che unisce i due paesi e non sulla provinciale Campigliola che collega la Toscana meridionale al Lazio, vincono le suggestioni. Anzi, hanno il sapore delle sfide, come quella ingaggiata da Riccardo Lepri, 38 anni e una laurea incorniciata in economia e commercio, contro i luoghi comuni che imbalsamano il mondo del vino. Il duello che Lepri ha iniziato con i sacerdoti dell’enologia, i soloni del gusto che condizionano i mercati e i consumi, si nutre di un unico obiettivo: dimostrare che nella Toscana consacrata al mito dei rossi si possono produrre bianchi di alta gamma, lavorando vitigni internazionali quali il sauvignon e lo chardonnay.
C’è da dire che la critica ha apprezzato: “Enos I”, sauvignon in purezza, ha ottenuto buone valutazioni dagli assaggiatori più esperti e “Arcione”, chardonnay al 100%, promette bene. «Tutto è iniziato nel 2002 - racconta Lepri -, quando sentii il richiamo della Maremma. Venni a Montauto a fare il tirocinio con mio nonno, Enos Ghignoni. In pratica feci il militare per due anni, però studiai la campagna sotto ogni aspetto». Il sauvignon l’aveva piantato il nonno, che si era fatto dare le barbatelle da un amico piacentino e nel 2005, con la consulenza dell’enologo Fabrizio Moltard, Riccardo Lepri propose un primo bianco di monovitigno, utilizzando le attrezzature che il convento passava, in primo luogo il torchio per i rossi: «Quel vino aveva un naso incredibile - ricorda il produttore -, però era molto aggressivo in bocca. Ma ci servì, soprattutto a capire che questa zona è particolarmente vocata per i bianchi».
Saggia intuizione. Però ha scelto tipologie internazionali, come il sauvignon e lo chardonnay. Perché non qualcosa di più tipicamente toscano?
«Utilizzo i vigneti di mio nonno e faccio due sauvignon: uno proveniente da vigne nuove (8-9 anni), l’altro derivato da vigne vecchie di 35 anni. Abbiamo anche gli autoctoni, come il vermentino e la malvasia».
Però vi siete specializzati in sauvignon e chardonnay, vitigni internazionali in terra di Maremma.
«Esatto. D'altra parte sono le varietà che ho trovato. Solo fino a due anni fa producevo il bianco di Pitigliano con trebbiano e malvasia. Da quando vi ho aggiunto un 5% di sauvignon ho dovuto aumentare la produzione».
Lei si misura in un segmento affollato e complicato. Primo perché il vino rosso rappresenta il vero brand toscano; secondo perché è il momento dei vermentini. E poi i suoi competitor sono friulani, trentini, francesi…
«Sa perché i bianchi campani, trentini e friulani sono appetibili ma non i toscani? Perché le aziende non ci hanno mai puntato. Io ci ho creduto e fin qui ho avuto ragione. È una strada che anche altri stanno percorrendo».
Per quale motivo?
«La Toscana è affacciata sul mare, ha grandi piatti di pesce che si sposano coi bianchi. Spero che alla fine siano promosse le eccellenze del territorio».
Sa, con certi prezzi...
«Tenga conto che da noi i controlli sono capillari e ciò produce costi aggiuntivi. Non so se in Sicilia o in Campania accade lo stesso. E comunque noi abbiamo deciso di puntare sui bianchi anche perché la vocazione della zona è questa: siamo a dieci chilometri dal mare che c'investe con le sue brezze e ad altrettanti da Manciano. Pensi che il paese è a 440 metri di altitudine, noi siamo a duecento metri. L'estate scorsa uno dei miei operai partiva alle 6 di mattina da Manciano dove il termometro segnava 21 gradi e ,quando arrivava qui, la temperatura era scesa a 14».
Certo, l’escursione termica fa la differenza. Ciò non toglie che vi sia una fase di stanca nei consumi. Ne risentite?
«Ovunque si beve meno vino. Noi lavoriamo alla ricerca di nuovi mercati e io ho deciso di puntare molto sulla Toscana. Beninteso, non è che a me non interessi l'export. Tutt'altro. Però andare a promuovere i bianchi oltre-confine non è la più facile delle cose. Come è difficile farli conoscere in questa regione e nel mio territorio. Qualche passo in avanti l’abbiamo fatto. L'Enos, ad esempio, sta dandoci fortissime soddisfazioni e spesso vince nelle degustazioni a bottiglia coperta con i più famosi sauvignon friulani e trentini».
Secondo lei come va degustato il vino?
«Come si vuole, ma credo che vada bevuto quando si mangia: va assaporato con la bocca, oltre che con il naso. In realtà il vino deve piacere, se il calice resta pieno per metà, vuol dire che non è riuscito bene».
Allora: quand'è che un vino è buono?
«Per la mia esperienza posso dirle che un sauvignon è buono quando non è troppo aggressivo al naso e al palato risulta ben bilanciate la mineralità, l’acidità e la freschezza. Forse è un concetto arcaico, ma io dico che un vino è buono quando si finisce la bottiglia».
E non trova che, mediamente, costi troppo?
«A chi dice questo io rispondo sempre che dietro a una bottiglia c'è un anno di lavoro, che culmina con la vendemmia alle cinque di mattina. Poi c'è la cura in cantina: l'Enos, ad esempio, dopo la vinificazione l'assaggiamo per quattro volte al giorno, visto che il sauvignon va in riduzione in due ore. Per portare freschezza e pulizia di colore, serve un grande lavoro. E quando vedo i vini a un euro, mi si stringe il cuore, poiché costa come una bottiglia d'acqua».
Bisogna diffidare dalle etichette a prezzo stracciato?
«Da artigiano le direi di sì. Purtroppo mi rendo conto che non è vero. I commercianti possono comprare anche i vini a basso costo dai piccoli produttori come me che hanno dell'invenduto: acquisto a 60 centesimi, rivendita a un euro e mezzo e il margine è bell'e fatto. E quindi non potrei dire di diffidare sempre…»
Non crede attorno al vino vi sia troppa ritualità?
«Sono meccanismi creati da chi vuol vendere qualcosa di accessorio, fare un business complementare. Servirebbe più informazione, poiché cercare i profumi secondari o i terziari è importante, manca un approccio basilare».
Lei sa distinguere questi sentori?
«Credo che alludano al cuoio. Io sono un produttore e, non ho studiato da sommelier. Ho ancora tanto da imparare».
@amvalentini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
