Il Tirreno

Livorno

«Vi dimostro che io non c’entro»

«Vi dimostro che io non c’entro»

Il ristoratore: ho assunto quel ragazzo per fargli un favore, ora sono rovinato

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LIVORNO. Per capire l’imbarazzo di Alberto Lenzi, 45 anni, titolare del ristorante Sorsi&Morsi, nel vedere il suo nome comparire nella maxi inchiesta su un presunto traffico di droga - lui è accusato di essere di detenzione ai fini di spaccio e di aver favorito la permanenza in Italia del principale indagato - basta ascoltarlo mentre parla di tre aneddoti che sono anche la premessa del suo racconto.

«Quando mi madre lo ha saputo - spiega - per cinque giorni non è uscita di casa, non è andata nemmeno a comprare il pane. Sabato scorso, invece, avevo quattro tavoli prenotati e hanno tutti disdetto. L’altra mattina, per concludere, ho incontrato un mio amico, mi ha guardato, sorpreso di vedermi, e mi ha chiesto se fossi già uscito di galera: credeva che mi avessero arrestato. Ecco perché voglio chiarire la mia posizione, collaborare, come ho già fatto con gli inquirenti. Avendo un’attività al pubblico, per salvare la mia immagine ho deciso di essere il più trasparente possibile».

Cominciamo dal primo dei reati che gli viene contestato, quello che riguarda il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo gli inquirenti nel marzo 2012 ha assunto Duma Deivi, 24 anni, come apprendista nel suo locale permettendogli così di ottenere il permesso di soggiorno.

«Ero un buon conoscente di Deivi Duma - ricorda - lo aveva incontrato in vari locali ma ovviamente non sapevo che fosse implicato in un’attività di spaccio. Così quando nel mese di gennaio mi chiese di essere assunto altrimenti sarebbero stato rimandato in Albania, accettai. L’ho preso come apprendista, a fine gennaio facemmo gli incartamenti necessari e a marzo iniziò a lavorare. Nei primi tempi veniva, ma in un ristorante non si timbra il cartellino, bastava che facesse quelle ore. Poi però la sue presenze nel locale si diradarono. Diceva che aveva dei problemi, una volta mi raccontò che la madre stava male. Il rapporto per questo motivo iniziò ad essere difettoso. Più volte gli ho chiesto di presentare le dimissioni altrimenti se lo avessi licenziato io non avrei più potuto assumere un apprendista. Lui non accettò e così alla fine l’ho licenziato a metà ottobre e questo è avvenuto prima di qualsiasi contestazione sul rapporto di lavoro da parte degli inquirenti. E comunque - ripete - non sapevo che fosse uno spacciatore abituale. È stato solo un modo per fare un favore a un conoscente. Non era la prima volta che prendevo immigrati come apprendisti ma prima non avevo avuto alcun problema».

Secondo gli investigatori, poi, Duma Deivi avrebbe consegnato a Lenzi ai fini di spaccio tre etti di cocaina ogni dieci giorni.

«Per dimostrare questa ipotesi - prosegue il titolare - la finanza una ventina di giorni fa ha eseguito diverse perquisizione nella mia abitazione, hanno controllato anche la mia auto e il locale, ma non è stato trovato nulla di nulla, nemmeno la strumentazione necessaria per effettuare la vendita. Ecco perché quando siamo andati all'interrogatorio con il mio avvocato abbiamo risposto alle domande. E devo dire che pensavamo di aver chiarito la nostra posizione anche perché siamo stati salutati cordialmente. Quello che non capisco è che in una delle contestazioni sono accusato di aver acquistato quantità medie di tre etti di cocaina ogni dieci giorni. Se gli inquirenti fossero certi di questo possibile lasciarmi a piede libero? Perché non sono stato arrestato? Tutte le altre persone coinvolte adesso sono in galera. Ecco perché mi domando come sia venuto fuori quel capo d’imputazione. Il Duma non mi risulta che abbia fatto nessuna dichiarazione di un mio coinvolgimento. Non esistono intercettazioni tra me e lui che riguardano lo spaccio. Non mi so spiegare come sia potuto accadere tutto questo».

Quello che adesso Alberto Lenzi vorrebbe è «tornare a lavorare in pace. Perché tengo a far sapere che nel mio locale si tengono manifestazioni con bambini e ragazzi e né si fuma né tantomeno si spaccia. Ecco perché può tranquillamente mettermi in prima pagina: io non ho nulla da temere, l’unico errore che ho fatto è stato quello di fare un favore ad un conoscente e adesso sono rovinato». (f.l.)

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