Il Tirreno

Livorno

«Prezzi gonfiati e mazzette» Così la triade ha truffato l’Authority per milioni di euro

di Federico Lazzotti
«Prezzi gonfiati e mazzette» Così la triade ha truffato l’Authority per milioni di euro

L’ex segretario Beccani e due faccendieri hanno portato avanti il raggiro I giudici: Ex Ilmet ed ex Veroni valevano il 30% in meno. Condannati in cinque

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LIVORNO. Era una triade che si muoveva tra mazzette, accordi sottobanco e procedure prima sospette e poi illegali, quella creata tra il 2003 e il 2005 per gonfiare i prezzi di almeno due terreni (ex Ilmet ed ex Veroni) nella zona di Collesalvetti così da truffare l’Autorità portuale che al momento dell’acquisto ha sborsato complessivamente 15 milioni di euro, un terzo in più rispetto al valore reale degli immobili. Poi, buona parte di quei soldi, si parla di poco meno di 3 milioni, sono tornati nelle tasche di chi aveva architettato e gestito il raggiro attraverso fatture sospette e la collaborazione di parenti e conoscenti che hanno fatto transitare il denaro su alcuni conti cercando di ripulire, invano, le mazzette. È questo il «sistema truffaldino» che emerge dalle 58 pagine delle motivazioni alla sentenza che hanno portato a cinque condanne per oltre 13 anni di pene.

«Il ruolo di regista della callide trame», scrivono i giudici era di Aldo Beccani (condannato a tre anni e tre mesi), 67 anni, dirigente amministrativo dell’Autorità portuale dal 2002 al 30 aprile 2005, data in cui andò in pensione, e dal settembre 2003, segretario generale del medesimo Ente.

L’ingegnere Roberto Canessa, 49, consulente esterno dell’Authority e condannato in primo grado a tre anni e tre mesi, invece, «fu senz’altro il perno centrale dell’accordo criminoso, perché fu l’autore consapevole delle infedeli perizie estimative connotate da macroscopiche e infondate sopravvalutazioni delle aree».

L’ultimo elemento della triade era il commercialista Roberto Del Ghianda, 71, che avrebbe dovuto stimare il valore delle aree che l’Autorità portuale avrebbe potuto acquistare nell’ambito del progetto ministeriale delle “Autostrade del mare” e che invece subito dopo la sua nomina chiamò Canessa a collaborare «svolgendo un ruolo marginale nel raggiro» ma «imprescindibile».

Scrivono i giudici: «La sussistenza del delitto di truffa pluriaggravata in danno all’ente pubblico, è dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio e che la concatenazione logico temporale dei fatti accertati non consenta ipotesi alternative a quella di un accordo fraudolento tra i protagonisti che trassero immediato e diretto illecito profitto dalla compravendite concluse con gli esorbitanti importi, definiti sulla base delle perizie di stima infedeli e gonfiate da Canessa e Del Ghianda».

La premessa

Il processo arrivato a sentenza lo scorso 15 di gennaio sui cosiddetti “Terreni d’oro” nasce da un’indagine della Finanza sulle vendite all’Autorità portuale di alcuni terreni con annessi capannoni ed uffici, da parte dell’Immobiliare Montefiori srl e della Lino Veroni srl. Per ricostruire la truffa, a Canessa e Beccani era contestata anche la corruzione ma il reato è prescritto, i giudici sono partiti dal 2 maggio 2001 quando il ministero dei Trasporti emise un decreto nell’ambito del progetto delle “Autostrade del mare” per incrementare lo sviluppo delle zone portuali prevedendo stanziamenti per l’acquisto di alcune aree.

Alla fine di novembre dell’anno successivo l’Autorità portuale di Livorno bandì una sollecitazione di interesse, termine poi prorogato, per l’acquisizione di aree private di almeno 5 mila metri quadrati. È in relazione a questo interesse che l’allora presidente Nereo Marcucci, era l’ultimo dell’anno del 2002, costituì una commissione interna presieduta da Beccani con l’incarico di procedere a una preliminare valutazione delle manifestazioni di interesse pervenute.

Lo stesso Marcucci, estraneo alla vicenda penale, a metà febbraio del 2003 presentò istanza al Tribunale di Livorno affinché «nominasse un perito specializzato nel settore economico-marittimo per stimare le aree da acquistare. L’unico commercialista con quelle caratteristiche era Roberto Del Ghianda che appena ricevette l’incarico comunicò che si sarebbe avvalso della collaborazione di Roberto Canessa.

Gli acquisti sospetti

La proposta di acquisto dell’area di proprietà della Immobiliare Montefiori srl è arrivata alla commissione presieduta da Beccani solo il primo aprile 2003, in ritardo di due mesi rispetto alla scadenza. Nonostante questo in quella stese riunione Beccani «evidenziò l’importanza logistica dell’area e propose la prosecuzione dell’istruttoria». Sedici giorni dopo Del Ghianda completò la perizia, sulla base dell’allegato di Canessa, del terreno di Colle con una stima di oltre 7 milioni di euro, rispetto ad un valore reale di poco meno di 5 «con uno scostamento del 33,96» secondo l’Agenzia del Territorio.

Lo stesso sistema venne messo in atto l’anno successivo con la compravendita di un’area di proprietà della Veroni srl poi acquistata per 8 milioni di euro quando invece ne valeva poco più di 5. In entrambi i casi - secondo il tribunale - le stime di Canessa e Del Ghianda sono state eseguite «con un’incredibile celerità e palese superficialità», senza «un inquadramento urbanistico e con metodi estranei ai principi dell’estimo».

Le tangenti

Per dimostrare il pagamento delle tangenti e della corruzione gli investigatori hanno per prima cosa sezionato la società Cis, di Roberto Canessa e della moglie Elisabetta Lorini, anche lei condannata ma per reati fiscali. Hanno controllato i loro conti correnti e i rapporti che la società aveva sia con la Montefiori che con la Veroni. Secondo i giudici, il sistema prevedeva che le società fatturassero alla Cis operazioni mai eseguite per nascondere i pagamenti.

Diversi i riscontri trovati dagli inquirenti. Il 20 maggio 2005 l’Autorità portuale effettuò in favore della Montefiori il bonifico di 1,2 milioni per la seconda rata del costo totale dell’operazione con valuta 24. In quella data la srl emise in favore della Cis un assegno bancario da 300 mila euro, che risulta essere parte del milione che Canessa avrebbe avuto per l’intermediazione. Il 4 giugno lo stesso Canessa versò quei soldi sul suo conto personale, lo stesso giorno Beccani versò 76 mila a euro dopo che l’ingegnere aveva monetizzato l’assegno.

Ma la premeditazione della truffa è emersa da un particolare curioso quanto inspiegabile se non inserito in contesto criminale. «Dal verbale dell’assemblea della Veroni Srl del 31 ottobre 2003 - scrivono i giudici - si trae incontrovertibilmente riscontro documentale che già in quella data l’amministratore (ora deceduto ndr) - con doti di è preveggenza - comunicava ai soci che il prezzo di vendita dell’area sarebbe stato di 8 milioni di euro, prima che fossa stata depositata il 16 febbraio dell’anno successivo, la perizia di Del Ghianda e Canessa, che attribuì esattamente tale valore. Inoltre, fu previsto espressamente l’onore di mediazione pari a 1,5 milioni con un’annotazione che, significativamente, appare cancellata, ma agevolmente leggibile. Tale somma corrisponde esattamente al compenso percepito da Canessa al netto dell’Iva a fronte delle fatture emesse dalla Cis per servizi di altra natura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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