Gioco
«Così non possiamo più lavorare»
L’appello di un gruppo di senegalesi che lavorava in via Enriques
LIVORNO. «Siamo bloccati da un mese, abbiamo perso il lavoro e tutta la nostra attività è ferma: noi se non lavoriamo non mangiamo. Che dobbiamo fare?». È l’appello di un gruppo di senegalesi che lavora in via Enriques, in quella che è stata ribattezzata la carrozzeria a cielo aperto. Si tratta di Ba Youssoupha, 39 anni, e Kara Gueye, 34, difesi dall’avvocato Simone Valentino. I due africani gestiscono dei commerci tra Italia e Senegal: comprano roba in città tra cui anche pezzi di motorini e auto, ma anche mobili, cibo e così via. Poi - spiegano - inviano la roba nel loro Paese attraverso un container che tengono in affitto. Container che è sotto sequestro preventivo, come stabilito dalla magistratura nell’inchiesta sul traffico di rifiuti. «Parliamo a nome di otto colleghi - spiegano i due - Noi siamo in regola e abbiamo le carte che lo dimostrano. Abbiamo le bolle degli acquisiti e tutte le ricevute: cerchiamo solo di sbarcare il lunario. Guadagnamo appena 700 euro al mese, per noi non è un business, ma sopravvivenza. E cerchiamo di aiutare le nostre famiglie che sono giù».
Il piazzale dove si trova il container dei senegelsi è a disposizione di Francesco Pini, titolare della Teco Logistic azienda che fa anche da deposito doganale) sul quale s’è concentrata l’attenzione degli investigatori. Ma i senegalesi prendono le distanze da lui. «Abbiamo fatto istanza di dissequestro - spiega l’avvocato Valentino - Il nostro unico interesse è che i ragazzi possano tornare a lavorare». (l.l.)
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