Il Tirreno

Livorno

Il lutto e i simboli negati

Fabrizio Brancoli

Olga è morta in modo atroce, e il lutto per lei resta negato, senza simboli

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Esistono tre passaggi formali per la fine di un’esistenza: la morte in sé, il funerale, la sepoltura. Olga è morta in modo atroce, e il lutto per lei resta negato, senza simboli.

Quanto ci piacciono certe grammatiche letterarie del crimine. I protagonisti, quando viene ucciso uno dei cosiddetti ultimi della società, si battono per dargli tutela e memoria, onore e pace. Perché il capo storico degli scienziati-investigatori di Csi, Gill Grissom, ripete: «Saremo noi a parlare per le vittime». La tv, i film. E anche la narrativa, le bionde nel cemento di Connelly, le cinque donne di Mankell, le giovani di Fred Vargas devastate con le forbici. Ma in Italia chi parlerà per Olga Kogut, morta davvero, morta senza pianti altrui?

Esistono tre passaggi formali per la fine di un'esistenza: la morte in sé, il funerale, la sepoltura. Olga Kogut, al settimo mese di gravidanza, ha avuto una morte atroce: denutrita, disidratata, abbandonata in un giaciglio malsano tra i detriti. Se n'è andata piano piano, soffrendo in ogni istante, tra il dolore fisico e il senso irrimediabile di una solitudine fatale. Esistono tre passaggi e lei dopo il primo ha compiuto il secondo nel peggiore dei modi, con un funerale senza fiori e una sepoltura frettolosa in una fossa comune. Esistono tre passaggi e lei non ha ancora completato il terzo. Da quella fossa l'hanno estratta, poi è finita in una specie di congelatore dal quale non è ancora uscita. Colpa, si dice, di gravi incroci legali, di volontà contrapposte, di ritardi giudiziari e di burocrazie inestricabili. Ma niente, in questa storia, rimuove un quesito amaro: sarebbe accaduto anche se quella donna fosse stata figlia, madre, sorella di qualcuno di noi? L’avremmo permesso?

Quattordici mesi sono un tempo mostruoso; e aumenteranno. Non è una cella frigorifera il luogo dove quelle spoglie devono stare per quasi due anni: se non è possibile restituirle alla famiglia, in Ucraina, allora si trovi una tomba, anche a costo che sia riaperta di nuovo.

Un fiore per tutti quei rifiuti che c’erano attorno alla tenda strappata dove lei dormiva di notte. Una lapide con un nome. Una foto perché si possa guardare com’era quel volto, quando ancora sperava in una vita migliore. Olga merita almeno questo: i simboli del lutto, le convenzioni di un dolore che dobbiamo sentire tutti.

@fbrancoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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