Il Tirreno

Livorno

«Sono la vittima 141» per avere giustizia ora ci metto la faccia

di Federico Lazzotti
«Sono la vittima 141» per avere giustizia ora ci metto la faccia

Il presidente del Comitato ha lanciato una campagna in Rete in pochi giorni già un centinaio di adesioni da tutto il Paese

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LIVORNO. Gavina Bianco ha 22 anni e si è sentita morire prima di nascere. È lei una delle vittime numero 141 del Moby Prince. La sera del 10 aprile 1991 - racconta - «ho perso mio padre senza averlo mai conosciuto, perché mia madre mi ha dovuto crescere senza suo marito, perché lotterò fino al mio ultimo giorno pur di sapere chi lo ha ucciso». Stefania Scali oggi ha 50 anni, ma non ha dimenticato. Anche lei si sente la vittima numero 141 perché - scrive - «quella notte ero di turno in ambulanza, siamo stati tra i primi ad arrivare in porto, e c’ero anche nei giorni seguenti quando il dolore e lo strazio dei parenti era anche il nostro. Perché quella tragedia la sento mia e perché tutti aspettiamo ancora la verità».

Accanto ai nomi e ai volti di Gavina e Stefania ci sono quelli di Francesco, Dario, Benedetta, Filippo, Silvia, Luana, Silvano, Antonio e Walter. In tutto, per ora, sono oltre un centinaio e chiedono «verità e giustizia» sulla strage. Scrivono da Livorno, ma non solo. Dalla Sardegna, da Pescara, Grosseto, dalla provincia di Ascoli Piceno. Hanno «gridato» il loro sdegno mettendoci la faccia e aderendo alla campagna #iosono141, una sorta di Spoon River multimediale per chi è rimasto vivo ma si sente morto.

L’iniziativa è stata lanciata in Rete (http://iosono141.veritaprivatadelmobyprince.com) il 5 maggio scorso da Loris Rispoli, presidente del Comitato per le vittime del Moby, a distanza di tre anni dal giorno in cui la Procura di Livorno ha archiviato l’inchiesta bis sull’incidente.

«Ho scelto di aprire la campagna in questa data - racconta nella pagina di presentazione - per segnalare a chi la credeva conclusa che questa storia si chiuderà con l’unico finale possibile: verità e giustizia. Fino ad allora io e molti altri continueremo ad essere al fianco dei familiari delle vittime in questa lotta civile che, come ho imparato a scoprire, non coinvolge solo loro. L’obiettivo - prosegue - è quello di smuovere la società civile, raccogliere più adesioni possibili e presentarle in Parlamento affinché venga aperta una commissione d’inchiesta che faccia luce su quanto è accaduto nella rada di Livorno ventidue anni fa».

Lo spunto per diffondere l’iniziativa arriva da quanto accaduto in Messico lo scorso anno quando un gruppo di 131 studenti contestò il candidato alla presidenza Enrique Peña Nieto all’Università Iberoamericana di Città del Messico. Il giorno seguente la stampa ed alcuni gruppi politici sminuirono l’accaduto, ridicolizzando i contestatori nel segnalare che fossero «solo 131». Lo stesso giorno migliaia di studenti ed altri esponenti della società civile, richiamati dai 131 ad un gesto di solidarietà, condivisero il messaggio «Yosoy132», ovvero «Io Sono il 132».

L’idea di lanciare un hashtag è del regista Francesco Sanna che sulla tragedia del Moby Prince ha realizzato un docufilm. «L’obiettivo - dice - era includere molte persone in una lotta civile dalla quale, almeno in parte, si erano sentite escluse. Dare, in altre parole, uno strumento cognitivo per favorire la solidarietà. Lo slogan “io sono 141” era il segnale di una partecipazione profonda, di una immedesimazione nella causa dei familiari delle vittime, nel tentativo per me fondamentale di estendere il più possibile un “noi” che la partecipazione alle commemorazioni del 10 aprile dimostrava sempre più ristretto. I fedeli, i fedelissimi alla causa accanto ai familiari delle vittime ancora attivi sulla vicenda. Ancora capaci, in uno sforzo veramente eroico e di rinnovare ogni anno il rituale della loro rivendicazione».

Proprio il 10 aprile scorso, mentre veniva svelata la nave che per anni era rimasta senza nome e che si aggirava intorno alla rada, ha iniziato a prendere forma il progetto. «Per il momento non la volevamo pubblicizzare - confida Rispoli - ma da quando abbiamo aperto la campagna le adesioni sono state più di quanto pensavamo. Per aderire basta mandare una foto e dare la propria motivazione. Quello che mi ha colpito - conclude - è che abbiamo ricevuto richieste anche da ragazzi che nel 1991 non erano ancora nati».

Come Matteo Migaleddu, 20 anni, che abita a Sorso, in provincia di Sassari e scrive: «Una tragedia come questa dove 140 persone innocenti hanno perso la vita, non può essere dimenticata, perché ci sono per forza dei colpevoli e soprattutto perché per colpa loro la mia fidanzata non ha mai conosciuto suo padre. E tutto questo non è giusto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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