Sicurezza
Quei guerrieri senza parole
Delusione e lacrime. Belingheri: mi dispiace. Dionisi pensa già a Brescia
INVIATO A MODENA. Trasformare la storia contemporanea in leggenda è roba che riesce solo agli eroi. Ma questa pagina amaranto finita nell'estasi di uno stadio che così pieno non si era mai visto per il Sassuolo, nella marea neroverde che invade e quasi annulla le lacrime di quattromila poeti sbarcati tra la via Emilia e il west col sogno di rivivere le emozioni di Piacenza di Brescia di Treviso, nell'ingiustizia di un regolamento cervellotico, che costringe il Livorno a giocarsi la coda della stagione contro una squadra che ha racimolato quasi venti punti in meno degli amaranto, resterà una di quelle giornate memorabili, da raccontare «io c'ero».
Ha ragione Davide Nicola, c'è poco da dire oggi a questi ragazzi, agli occhi lucidi di Belingheri che risponde alle domande dei giornalisti ripetendo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace, alla testa bassa di Schiattarella che si avvia al pullman abbracciato dal massaggiatore, alla faccia nera di Federico Dionisi che mentre fuori infuria la bolgia sassuolese ha la forza di parlare di Brescia.
E giura che lui e gli altri troveranno le energie mentali e fisiche, che questa squadra ha le qualità per giocarsi altre quattro partite al massimo, la birra nelle gambe e il gas nella zucca per salire in serie A scalando i complicati tornanti dei playoff.
Certo la delusione riempie l'aria, gli sguardi, le voci. Quando Missiroli cavalca la prateria del Braglia e manda all'inferno l'ultimo respiro del sogno e spegne del tutto l'assalto dei guerriglieri con la maglia gialla e il cuore amaranto alla difesa più forte della serie B, il presidenteAldo Spinelli resta impietrito.
La sua faccia resta immobile, lo sguardo nel vuoto mentre tutto intorno scoppia il caos sono lo specchio di quattromila cuori che avevano macinato chilometri dopo una notte insonne e sussultato, sperato, sognato davanti alle incornate di Belingheri, all'imponenza di Luci, all'essenza di Duncan diventati padroni del campo minuto dopo minuto con la progressione di un diesel dopo un primo tempo contratto, ma d'altra parte si sapeva che chi prima avrebbe segnato avrebbe vinto la partita e allora era logica la tensione, come sottolinea lo stesso Belingheri.
Silenzio nel cuore mentre l'altoparlante sputa decibel al grido serie A, grigio nel cielo mentre lo stadio si tinge di neroverde, movimenti alla moviola mentre una città intera - quella sbagliata - corre di gioia a caccia di una maglia, un paio di pantaloncini, di una foto, di un simulacro di una giornata da leggenda per questa cittadina di quarantunomila anime.
Ma chissà dove si sarebbe giocato se non ci fosse stata la tessera del tifoso, si sfoga Luca Mazzoni, anima livornese di questo gruppo, sarebbe servito uno stadio doppio, triplo, si sarebbe mossa tutta Livorno, sogna.
E chissà come sarebbe finita, sospira l'ipnotizzatore di Chibsah, autore di un vero e proprio miracolo faccia a faccia col ghanese dopo che il mediocre Ostinelli di Como col coraggio di Pilato aveva espulso Fiorillo e Berardi.
Ale Bernardini si mangia la maglia, Ale Lambrughi che s'era imbufalito quando Nicola aveva deciso di sostituirlo con Gemiti e aveva preso a calci tutto quel che s'era trovato davanti, gira su e giù con la testa sull'erba, Belingheri si guarda intorno, gli occhi persi, Emerson si nasconde la faccia tra le mani.
I guerrieri amaranto diventati eroi già per essere arrivati qua, ancor di più dopo quei due mesi e mezzo maledetti senza Siligardi, restano per cinque minuti infiniti fermi a centrocampo, mentre nella testa del popolo amaranto ripassano le immagini di Como e di Perugia e di Ferrara, gli altri a far festa, noi con la morte nel cuore, in autostrada a seminare lacrime.
Ma stavolta sarà diverso, a questo giro la roulette del vivere o morire comincerà tra tre giorni, a Brescia proprio come quattro anni fa. Non è una consolazione, è una beffa, visti i valori, l'andamento, la classifica, ma va presa come un'opportunità, come sottolinea Belingheri: fortunatamente avremo un'altra possibilità. Ci credono tutti, vogliono crederci tutti, a partire da Aldo Spinelli. Prima lo confida ai giornalisti, poi va negli spogliatoi e lo dice ai suoi.
Bravi, determinati, mai domi, dice il presidente ai suoi uomini seduti sulle panche, il sale del sudore negli occhi sulle labbra nelle mani e l'amaro della beffa nell'anima. È un'ingiustizia, ma a Brescia mercoledì pomeriggio inizia un altro campionato, è un rush finale e noi partiamo sapendo che cosa valiamo, aggiunge prima di salire sulla sua Audi con l'autista Sergio.
È la stessa consolazione dei quattromila che si rituffano sull'Appennino con la rabbia della beffa e dell'isola non trovata, ma sicuri che i cowboys hanno vinto una partita ma gli indiani hanno ancora frecce al proprio arco.
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