Il Tirreno

Livorno

Da re Igor a Paulo Magno: tanti gol e qualche autogol

di Federico Buti
Da re Igor a Paulo Magno: tanti gol e qualche autogol

Protti & Lucarelli, Diamanti & Tavano, Paulinho, Dionisi e Siligardi: dieci anni di bomber sempre grandi e decisivi. Ma non sempre fortunati

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di Federico Buti

Mentre nel leggendario anno di grazia 2004 Ivanhoe-Protti e Robin Hood-Lucarelli guidavano gli allegri compari a espugnare il castello di Nottingham, cosa facevano i loro eredi, quelli che nei capitoli successivi ci avrebbero condotto ad altre grandi imprese? Non facevano nulla di speciale, perché erano troppo piccini o troppo stonati: giochicchiavano distrattamente in qualche radura periferica della grande foresta di Sherwood.

Mamma e matrigna. Il futuro fromboliere Ciccio Tavano, per esempio, era già in serie A nella familiare Empoli ma stava retrocedendo con poca gloria. Peggio ancora il futuro incursore Alino Diamanti: era a Prato in terza serie, fuori squadra per casinismo reiterato e aggravato.

A Federico Dionisi gli avevano appena levato le figurine Panini e l’avevano sbatacchiato a Messina dove aveva fatto zero presenze e (ovviamente) zero gol. Luca Siligardi era all’asilo e tirava le prime pallonate mancine in una squadretta emiliana intitolata a Dorando Pietri, atleta passato al mito e alla storia per essere stramazzato 10 metri prima di tagliare il traguardo della maratona (e in questo poteva essere livornese ad honorem).A conti fatti il più lontano ma al contempo il più vicino era Paulinho Serginho Betaninho, anche lui da poco maggiorenne: stava ancora in Brasile però aveva già prenotato l’aereo per Livorno, un soggiorno che peraltro sarebbe stato lungo e complicato.

E questo è un tratto comune a quasi tutti, bisogna dirlo. Perché per molti cannonieri amaranto Livorno è stata alternativamente mamma e matrigna, il successo (proprio o della squadra) è stato tardivo, sofferto o altalenante, e non per tutti c’è stato l’happy end. E’ un altro dei tanti paradossi nostrani.

Protti uno e trino. La parabola che le compendia tutte è sicuramente quella di Igor Protti, l’uomo-chiave dell’intera storia.

Giunto qui 18enne negli anni Ottanta, si dimostra subito un giovane fenomeno ma dopo tre anni belli per lui quanto scellerati per la società, giustamente saluta e parte per lidi più affidabili. Quando torna dopo più di dieci anni è un uomo fatto e un giocatore famoso che si è già messo all’occhiello il fiore di capocannoniere in serie A e ora sta cercando la motivazione giusta per rilanciarsi; il Livorno invece alle soglie del nuovo millennio è sempre lì che annaspa nella paludosa serie C, e gli affida la missione - davvero millenaristica - di riportarlo dove si gioca a pallone.

La missione fallisce malamente il primo anno, Protti delude e rischia addirittura di essere sbolognato. Fallisce pure l’anno dopo, stavolta non per colpa sua ma di una maledizione (i playoff) che sembra insuperabile. E starebbe per fallire anche il terzo anno, se il 28 aprile del 2002 a Treviso - penultima giornata - proprio Igor non segnasse all’86’ l’immortale gol del 2-1 amaranto che in pratica vale la serie B trent’anni dopo. Un gol custodito in tutte le teche col corredo iconografico di santini, foto accartocciate e sciarpe sfilacciate, e quello sonoro dell’inno del Livorno e/o della vecchia Unione Sovietica. Da lì comincia il terzo governo Protti, che si sublimerà con la magica coppiola delle due promozioni quasi consecutive e col tris d’assi suo personale: quando in un emozionantissimo pomeriggio del maggio 2005 lascia per sempre il campo durante Livorno-Juventus, Igor è infatti l’unico giocatore italiano nella storia (qualcuno ci mette anche Hubner, ma chi se ne frega) ad essere stato capocannoniere in serie A, B e C. Una bandiera che sventolerà sul più alto pennone dell’Ardenza quand’anche si scongelasse l’Antartide e Livorno fosse sommersa da Stagno al Maroccone.

Cristiano scomunicato. Anche qui per raccontare ci vorrebbe un libro, ma in realtà è stato già scritto (da lui e Pallavicino), divorato, digerito male e poi collettivamente espulso una domenica del 2008 sotto la curva Nord.

Perciò limitiamoci all’essenziale: Lucarelli ha giocato cinque stagioni a Livorno, ha fatto una promozione (con grandi meriti) e una retrocessione (con qualche demerito), ha marcato più di 100 gol in campionato e qualcuno anche nella storica e irripetibile Coppa Uefa. Cristiano è andato e venuto più o meno tempestivamente, ha detto e fatto - nel calcio e non solo - cose molto giuste e stronzate atomiche, è stato un simbolo potente nel bene e nel male: tutto è dipeso da come è fatto lui e da come sono fatti i livornesi che poi è quasi la stessa cosa. In conclusione, per me la sua bandiera è più sgualcita e scolorita di quella di Protti, però sta sullo stesso pennone e non è che lì ce ne stiano tante altre.

(post scriptum: Lucarelli ora allena con ottimi risultati gli allievi del Parma e fa il separato in casa amaranto, ma scommetterei una cenetta che la storia infinita non è ancora finita).

Tavano: faraone o mummia? Disse un giorno un suo celebre allenatore toscano: «Ciccio ha due piedi da campione, il problema è quello che c’è, o non c’è, sopra». Una diagnosi perfetta. Il rapporto fra Tavano e Livorno è nato benino e finito malissimo; e ogni volta che dopo il brutto addio è tornato con la maglia dell’Empoli (con la quale ha fatto eccellenti campionati) è stato sotterrato di fischi e pernacchie.

Eppure in maglia amaranto ha fatto, con discreta continuità, una cinquantina di gol, mica séme: alcuni bellissimi e alcuni anche importanti, come quelli nelle due finali 2009 col Brescia per la serie A. E allora? Allora lui è fatto così, prendere o lasciare; ma a Livorno quelli come lui che alternano momenti da faraone (meglio di El Shaarawy) a lunghe epoche da mummia, si lasciano. E magari gli si dà anche la giunta di un paio di schiaffi.

In più c’è stata anche un’aggravante seria: mai e poi mai Ciccio avrebbe dovuto prendere la maglia di Protti che gli è sempre stata extralarge, né la società avrebbe dovuto mollargliela. Quel numero 10 può finire solo nel mausoleo dello sport livornese, il giorno che il Comune si deciderà a farlo.

(E a proposito di mummie e mausolei: perché non cogliamo questo gran momento e non diamo finalmente un senso più sportivo all’orripilante e pietrificato monumento a Ciano?)

Da Diamantinho... Gli ultimi due giocatori che hanno smosso la pigra ma non ancora spenta fantasia labronica sono stati due brasiliani: uno di Prato (ma non è uguale al famoso americano di Lucca) e uno di Caixas do Sul che non so nemmeno alla larga dove sia ma comunque sta perdavvero in Brasile.

Cosa abbia fatto Alessandro Diamanti fino al 2007 è un mistero gaudioso, l’importante è che non sia riuscito a buttare definitivamente via un talento più unico che raro: adesso sta in Nazionale e se lo contendono Juventus e Inter, possiamo dire, una volta tanto, che lo avevamo previsto? Lo avevamo previsto, detto e poi anche scritto fin dal pessimo campionato amaranto della prima retrocessione, nel quale lui era stata l’unica cosa bella.

E prevederlo non era nemmeno difficile. Diamanti è il riscatto dei palloni sgonfiati, la variabile impazzita di un gioco diventato scontato e prolisso, è uno dei pochi in tutto il mappamondo a impedirti di cambiare canale.

A Livorno (dove l’ha portato l’astuto pigmalione Fabio Galante dallo sguardo esperto) si è trovato fin dall’inizio come una mangusta in un nido di vipere, perfettamente a suo agio; il problema è che non c’era squadra, ma appena c’è stata lui l’ha presa in pugno e l’ha trascinata alla gloria inventandosi una dozzina di gol - mica solo il capolavoro col Brescia - che sono rimasti nel cuore e nella rètina. Poteva restare qui un altro annetto, nel 2009? Certo: poteva e doveva. E penso proprio che con Alino ci saremmo risparmiati un’altra avvilente retrocessione in fotocopia.

... a Paulinho. Mi è rimasto nella rètina anche uno dei rarissimi palloni toccati da lui nel primo campionato di serie A, anno 2004.

Fu un appoggio veloce sulla fascia sinistra che lui al volo e senza guardare trasformò in un lancio telecomandato di trenta metri sulla fascia opposta dove stava arrivando a tutta velocità Davide Balleri, il pendolino; mi pare pure che ci scappò il gol.

Era già bravo - Protti l’ha sempre detto e l’ha sempre indicato come il suo erede più plausibile - ma a quel tempo era un bimbo fragilino e musone con la “saudade”, e in quella ghenga di ghignarole livornesi o acquisite (i Lucarelli, lo stesso Igor, Balleri, Doga e compagnia cantante) poteva solo fare il portaborse: è stato rischioso ma inevitabile mandarlo un paio di volte a spasso a farsi le ossa.

Certo, abbiamo temuto forte di averlo perso, qui aveva avuto un brutto impatto, non ci voleva tornare più, poi stintignava e il merito della sua rinascita è tutto di Zeman (sempre detto che è un grande allenatore) che l’anno passato in Livorno-Pescara gli ha consentito di fare due gol, sbloccarsi e far vedere finalmente chi è.

Quest’anno ha segnato, corso e lottato da vero leader: Paolino è un gran giocatore fatto e sbozzolato, a differenza di Siligardi e Dionisi che hanno cominciato a dimostrarlo ma devono ancora completarsi tatticamente.

Ma resterà, resteranno? O partirà, partiranno? Domande pertinenti dalle quali passa un bel pezzo di futuro, meritano una risposta esaustiva. Per saperne di più vi consigliamo di compilare l’apposito modulo, portarlo all’ufficio pacchi di via Indipendenza e rimanere in fiduciosa attesa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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