Gioco
«Ciao Gocciolino, sarai sempre con noi»
Centinaia di persone ai Salesiani per l’addio a Michele Robazza, il pilota morto a Genova. Il vescovo: «Era fatto per vivere»
LIVORNO. «Il suo sorriso, l’entusiasmo, la battuta sempre pronta... Michele era fatto per vivere. L’avevo conosciuto in porto, in occasione dell’inaugurazione di una pilotina, e mi aveva colpito. Ma lui continuerà a vivere attraverso l’amore dei suoi familiari. E ancora una volta ci insegnerà che la pilotina va e che le onde del cuore e gli scogli della vita vanno affrontati senza paura».
Sceglie la metafora del mare, il vescovo Simone Giusti, nella sua omelia ai Salesiani, per parlare di Michele Robazza, il pilota livornese di 44 anni morto a Genova, martedì della scorsa settimana, nel terribile incidente al Molo Giano. La chiesa in viale Rinascimento è piena di parenti, colleghi e amici giunti anche da Genova e da altri porti. Basta guardare le numerose corone di fiori che circondano la bara di Michele e che recano - tra gli altri - i saluti dei piloti di Marsala e di Sant’Antioco. In tanti si stringono intorno alla moglie di Robazza, Michela Cecconi, che, composta al primo banco, abbraccia i figli Aurora, 9, e Alessio, 7. Accanto alla bara ci sono i piloti di Livorno e i colleghi di Genova con il comandante Giovanni Lettich. E poi ci sono le autorità: il presidente della Provincia Giorgio Kutufà, il vicesindaco Bruno Picchi, la prefetta Tiziana Costantino, il senatore Marco Filippi, oltre al presidente dell’Autorità portuale Giuliano Gallanti e altri. Tutti stretti intorno alla famiglia del pilota, nella chiesa dei Salesiani, che ha un significato speciale per Michele e Michela. Lui lì aveva vissuto nel convitto, ai tempi in cui frequentava l’istituto nautico. Non solo: davanti a quell’altare i due coniugi si erano promessi amore eterno, nel giorno del loro matrimonio.
L’atmosfera è di dolore ma anche di speranza, concetto più volte espresso dal vescovo nella sua omelia. Tutti ascoltano la sue parole di conforto con le lacrime agli occhi mentre guardano con affetto la bara di Robazza, avvolta nel tricolore. Sopra la bandiera c’è anche la maglia amaranto del Livorno calcio. Ce l’hanno messa gli ultrà della Curva, che portano il loro saluto a Michele e il cordoglio alla vedova. Il vescovo Giusti intanto parla della morte, della vita e dei miracoli: «La morte non riesce a sconfiggere l’amore, interrompe solo l’esistenza fisica. Basta guardare l’amore di una madre per i suoi figli, come Maria che da Montenero continua a seguire tutti i suoi figli. E a lei si affida chi ha bisogno. Ci sono genitori che la pregano per il bimbo morente. E il giorno dopo il figlio guarisce. Lei li ascolta e fa miracoli, se ne sono aggiunti alcuni anche nei giorni scorsi. E questo è possibile grazie a una persona “morta” 2mila anni fa».
Dopo la Messa, un familiare di Robazza legge un pensiero scritto da sua moglie, cognata di Michele: «Per me sei stato un fratello maggiore. Ti ricordo sul divano, in pantaloncini anche l’estate, mentre ridi e scherzi. E penso a mia sorella che aspettava con ansia le tue telefonate mentre tu eri in giro per il mondo. Voi mi avete insegnato cos’è l’amore vero e puro».
Prende la parola anche Giovanni Lettich, capo del corpo Piloti di Genova: «Il nostro dolore per questa terribile sciagura è forte. Abbiamo ancora davanti agli occhi le terribili immagini della devastazione di quella notte. Ma sappiamo reagire: in poche ore il porto ha ripreso a lavorare, così avrebbe voluto anche Michele. Ciao “gocciolino”, virai sempre nei nostri ricordi». Per ultima parla la sorella: «Grazie a tutti per essere qui. Stateci vicino. Noi, Michele, continueremo ad amarti, perché come dice tuo figlio Alessio: “Il babbo non c’è più. Ma io gli vorrò bene sempre”».
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