Il Tirreno

Livorno

Senza lavoro 6 ragazzi su 10 È il boom della precarietà

di Mauro Zucchelli
Senza lavoro 6 ragazzi su 10 È il boom della precarietà

Sorpresa: 5mila occupati in più nella nostra provincia rispetto agli anni pre-crisi ma si tratta di “lavoricchi” (part time, contratti a termine, parasubordinati)

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LIVORNO. La crisi mangia i posti di lavoro ma soprattutto ne raddoppia la fame. Tradotto: si assottigliano le buste paga e in famiglia bisogna arrangiarsi a cercare introiti nuovi per arrivare a fine mese senza annegare fra rate, debiti, bollette e mutui. Come? Ecco che c'è una spinta ad affacciarsi sul mercato per arraffare un qualche cosa che consenta di portare a casa uno spicchio di reddito, qualche centinaio di euro al mese magari saltabeccando quanto si può fra un contrattino, una collaborazione e qualunque altra cosa si possa inventare di iperflessibile.

Niente lo racconta meglio del fatto che è in picchiata il numero degli inattivi, cioè le persone che stanno fuori dal mercato del lavoro perché in pensione, perché non possono più andarci o perché semplicemente non cercano occupazione: nel 2007 pre-crisi erano quasi in 83mila a restare alla finestra, lo scorso anno poco più di 70mila. In mezzo ci sono oltre 12mila persone - oltre 4mila maschi, il doppio le donne - che hanno lasciato la condizione di inattivo. E hanno cominciato a bussare per chiedere lavoro.

Le statistiche dell'Istat raccontano una storia che, di primo acchito, può farci sobbalzare sulla sedia: rispetto agli anni prima della crisi choc, salta fuori qualche migliaio in più di occupati. No, non è una svista: la crisi ha portato occupati. Eccezion fatta per il 2006, nei quattro anni prima di infilarci nel tunnel dei guai economici nella nostra provincia si contava su uno standard ben al di sotto dei 130mila occupati. Dal patatrac di Lehman Brothers e mutui subprime in poi, salvo il 2010, eccoci attorno a quota 135mila, cento più cento meno.

Anche l'ultimo dato disponibile nelle banche dati Istat, quello relativo al 2012, è appena d'un niente (meno 0,3%) inferiore a quello di dodici mesi prima. Segno che l'industria tiene e non ce ne eravamo accorti? Segno che nel mare magnum dei guai nuotano anche tante imprese poco conosciute ma tanto dinamiche?

Macché miracolo, i numeri della crisi economica bisogna leggerli in controluce. Soprattutto se a prima vista sembrano tener botta.

In realtà la situazione è un po' più traballante di quel che la fotografia statistica ufficiale offre. Ad esempio, a far da stampella agli affanni dell'industria manifatturiera ci pensano gli addetti che lavorano nei servizi urbani, ad esempio elettricisti o idraulici. Peggio: dentro le cifre finisce l'esercito-boom dei cassintegrati (che, spesso a rotazione, vedono sé stessi come occupati benché momentaneamente non in servizio) e, a rigor di regola, risulta in questa categoria pure l'invasione degli ultraprecari (basta semplicemente aver lavorato anche solo un'ora di lavoro nella settimana sotto esame). Tradotto: abbiamo parlato di "occupati", non di "posti di lavoro" veri e propri perché la galassia dei lavoricchi è parte integrante dell'ingranaggio dell'economia.

Prende le mosse da qui il dossier statistico presentato ieri nell'aula consiliare di Palazzo Granducale da un pool di ricercatori (Paola Tronu del Centro Statistica Aziendale, Roberta Pini di Eurema e Franco Bortolotti di Ires Toscana) con la regia dell'assessore provinciale Ringo Anselmi: la città presumibilmente conosce già benissimo tutto questo, visto che ha snobbato il seminario-riflessione (salvo poche lodevoli eccezioni).

Se un po' tutta l'Italia deve fare i conti con un mercato del lavoro a due differenti velocità – da un lato, i lavoratori dipendenti strutturati e, dall'altro, l'oceano di precari e non garantiti – ecco che qui da noi forse le cose si sono ancor più radicalizzate.

Basti guardare ai contratti a tempo determinato: sono fra l’11 e il 14% nelle varie fasce d’età sopra i 35 anni, e se in questi tempi sconvolti potrà non stupire che fra gli under 24 sfiorino l’80% dei casi, resta pesante l’incertezza anche fra i giovani adulti (25-35 anni), se è vero che uno su tre ha un contratto a termine.

Idem nel part time: vale per due lavoratori su dieci (ma la quota raddoppia se si parla di donne). E, detto per inciso, ve lo immaginereste che il nostro apparato industriale si regge su una forza lavoro che nel 33% dei casi è part time?

Occhio però a non credere che tutta questa pressione di ex inattivi che si buttano a cercare un lavoro (e una busta paga) sia assorbita da lavoricchi precari. La riprova è il boom della disoccupazione: pressoché il doppio rispetto al resto della Toscana. In numeri: siamo al 14,2% nella nostra provincia (lo standard toscano non va oltre il 7,8% e quello nazionale resta sotto il 12%). Già la dice lunga il fatto che fra le donne si vola al 16,4% ma lo scossone lo dànno le percentuali relative alle fasce d’età più giovani: fa rizzare i capelli il fatto che ben più della metà (59%) dei ragazzi fra 15 e 24 anni sia senza lavoro e, forse ancor di più, che questa condizione si protragga fino a 35 anni per quasi una persona su cinque mettendone nel frigo i progetti di vita, anzi l’esistenza stessa. Bisogna ricordare che in entrambi i casi siamo su livelli addirittura più che doppi rispetto alle altre province toscane.

A caccia di un lavoro – spiegano i ricercatori – troviamo un reggimento di 22 mila persone: più di 15mila i disoccupati in cerca di una nuova occupazione, quasi 6.600 i giovani in cerca del primo lavoro. Più altri 7mila che lavorano sì ma si dichiarano a caccia di un nuovo lavoro: inutile dire che gran parte di loro si arrangia con lavoricchi e cerca qualcosa di meno precario.

L’ultima sorpresa riguarda chi forse andare in pensione ma non ce la fa: l’équipe ha contato oltre 2.900 lavoratori con più di 65 anni.

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