Il Tirreno

Livorno

Come la cocaina ma la usa anche la nonna

di Mauro Zucchelli
Come la cocaina ma la usa anche la nonna

La testimonianza di chi si occupa dei “malati di slot”: difficile uscirne finché si resta prigionieri della propria solitudine

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LIVORNO. Hanno ascoltato la disperazione di chi, senza dirlo né alla moglie né ai figli, ha venduto la casa mandando in rovina tutta la famiglia perché avevano da trovare i soldi per le macchinette mangia-quattrini. Di ragazzi che si sono ritrovati a rubare gli orecchini e gli anelli della mamma, peggio d’un tossico all’ultima dose. Di anziani che, pur di provarci ancora, si sono divorati i risparmi di una vita da formichine.

All’associazione San Benedetto lo conoscono bene il “mal di videopoker” (ma anche di tutte quei giochi, gratta e vinci compresi, che di per sé non sono nulla ma possono finire per dare dipendenza). È proprio lì il punto: un tentativo al videopoker non è un buco di eroina, dunque viene percepito come un “nulla”. Di che preoccuparsi?

«E invece da preoccuparsi ce n’è assai», dice la psicologa Simona Bianchi, che per la San Benedetto segue proprio chi vuol guarire dall’ossessione del gioco. «Soprattutto perché l’identikit non è più quello di chi bazzicava il sottobosco delle scommesse clandestine sui cavalli: maschio, 35-55 anni. Il primo a bussare alla nostra porta anni fa era un giocatore d’azzardo figlio d’parte: nel senso che lo era anche suo padre. Oggi è un problema che coinvolge anche tante donne: di tutte le età, di tutti i ceti sociali. E se dico tutti significa proprio tutti. Con un dato comune: la solitudine e, per certi aspetti, la depressione».

È il ribaltamento che sta rivoluzionando il significato stesso di “gioco”, spiega l’educatore Stefano Santomauro, che ha seguito un progetto biennale per la San Benedetto dedicato a questa casistica: «In passato il gioco aveva una dimensione sociale, si faceva insieme agli altri. Anche bisticciando, ma gli altri erano lì a darci il senso del limite e il principio di realtà. Il gioco compulsivo è solitario: benché tu sia in un bar affollato, sei da solo con la macchinetta lì davanti. Anzi, ora si fa on-line nel chiuso della propria stanzetta a casa».

Il “malato di gioco” – afferma – si accorge solo dei cento euro vinti, nella sua memoria non è rimasta traccia del fatto che prima ne ha dovuti buttare via 400. E quella vittoria diventa la benzina che fa girare il motore. In attesa della Svolta: che sia il “momento magico” che ti cambia la vita o, più terra terra, un po’ di quattrini che ti consentano di tamponare la falla dei debiti che si sta ingigantendo. «Ma per esperienza – aggiunge – so che i debitori resteranno all’asciutto, quel gruzzolo vinto finirà di nuovo nel gorgo del denaro giocato. Tradotto: ci si indebita sull’indebitamento in una spirale senza fine.

Non tutto, però, dipende dai guai esistenziali del giocatore compulsivo: fino a 15-20 anni fa lo Stato guardava a questo fronte quasi come a un problema da poliziotti e carabinieri, poi ha preso a farne una fonte di gettito fiscale. Talmente forte che, nella nostra città così come in gran parte delle altre, vale più del gettito dell’Imu sul quale ci si sta accapigliando da mesi. Il volume delle giocate «vale come tre manovre finanziarie», ricorda Santomauro. Ecco dunque che ogni tanto salta fuori la predica per mettersi in pace la coscienza, ma lo Stato continua a fare il biscazziere...

Anche perché – confermano gli operatori su questo fronte sociale incandescente – l’altro sentimento-chiave è quello della vergogna: il “mal di gioco” si vive in solitudine ma ciascuno cerca di gestirlo al riparo dagli occhi altrui, come fosse dipendenza da cocaina.

«Finché si resta confinati nel proprio isolamento – avverte l’educatore – è difficile uscirne fuori: prevale l’istinto del giocatore che pensa sempre alla prossima volta come quella buona, mai come a una ulteriore batosta». C’è bisogno di uno scossone: per questo, avverte la psicologa, è un autogol prestare soldi e ripianare debiti: «Significa solo rendersi complici di un patatrac che è solo rimandato. Invece cominciando a ammettere che qualcosa non va, si può cominciare a ricostruire: e francamente vedo che a Livorno questo tipo di consapevolezza si sta diffondendo».

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