Il Tirreno

Livorno

«Mio figlio come Morosini il risarcimento in ricerca»

di Federico Lazzotti

Luca è scomparso a 20 anni, il giudice dopo la condanna: danni per 270mila euro La mamma: non è una vittoria, con la prevenzione si possono salvare altre vite

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LIVORNO. «La mia pace è nel passato e quello non potrà restituirmelo nessun tribunale. Ecco perché la condanna in primo grado del cardiologo che ha visitato mio figlio prima di morire senza accorgersi del suo problema al cuore, non la considero una vittoria. Ne ho avuto la conferma venerdì alla lettura della sentenza: intorno a me tutti avevano gli occhi lucidi, erano emozionati, io invece sono uscita dall’aula come ero entrata, sono rimasta impassibile, non ho provato niente, perché ormai tutto mi scivola addosso: il caldo, il freddo, anche i sentimenti».

Mina Francisco ha 59 anni, e la sua guerra contro la displasia, la stessa malformazione al cuore che ha ucciso Piermario Morosini, è iniziata il primo febbraio 2006 quando suo figlio Luca Stefanini, 20 anni e un ventricolo capriccioso che nessun medico ha compreso, è morto durante una partita di calcetto a pochi metri da casa.

«L’ho sempre detto - ripete - mio figlio poteva essere salvato, ora ne ho avuto solo la conferma. Gli svenimenti che aveva, la fame d’aria che gli bloccava il respiro erano sintomi, segnali. E quando ci penso mi viene la rabbia e mi chiedo perché sia dovuto capitare proprio a lui. Sarebbe bastato un esame più approfondito per riconoscere quella malformazione e lui sarebbe ancora vivo, qui con noi. Ecco perché servono medici e strutture competenti in grado di fare accertamenti e poi c’è bisogno di più informazione. C’è una legge che impone a tutti gli impianti sportivi di essere dotati di un defibrillatore: benissimo, ma vanno saputi usare perché il cuore è un muscolo particolare, basta che per tre minuti non funzioni e non ci sei più. E chi fa le leggi deve anche sapere che un arresto cardiaco non capita solo ad uno sportivo, ma può succedere ad ognuno di noi in ogni momento, ecco perché un defibrillatore servirebbe dappertutto, nelle farmacie come al cinema».

Ma per fare ricerca servono prima di tutto soldi. Ecco perché Mina ha deciso di donare parte della cifra (270 mila euro) che il giudice ha riconosciuto ai parenti come risarcimento a chi ogni giorno è in prima linea perché non ci siano più altri Luca e altri Mario.

«Dopo aver pagato le spese legali - conferma - tutto il resto dei soldi andranno alla ricerca del professor Gaetano Tiene, un luninare che è stato il nostro consulente e che ogni giorno aiutai fratelli di cuore di mio figlio». Su internet c’è una comunità che lavora per questo. E dopo la sentenza in tanti hanno scritto a Mina. L’ultimo messaggio lo ha lasciato ieri sera Gabriella Moletta, madre di Emanuele Riva, morto a 14 anni nel 1999, anche lui giocando a calcio. «Non è una vittoria, hai ragione, ma giustizia nei confronti dei nostri ragazzi che si trovano lassù. Quando vivi situazioni così grandi e difficili da comprendere, speri che a nessuno capiti di sentirsi dire: “Suo figlio si poteva salvare”, scorrono le immagini e in diretta vivi la morte di Morosini e con lui quella di tutti gli atleti prima di lui. Ti accasci, piangi tutte le lacrime che hai e ti domandi: perché. Mamme coraggio o disperate? Non ci sono ragazzi di serie A, professionisti o dilettanti, esistono solo i nostri ragazzi che devono essere tutelati e custoditi come beni preziosi perché la vita è un grande dono. Con infinito affetto. La mamma di Lele».

In sette anni la guerra di Mina l’ha portata a fare il giro d’Italia per incontrare esperti di cardiologia. Ma ha avuto anche momenti di tensione. «Odio le ingiustizie - va avanti - e visto come è andato il processo per la morte di Michelangelo Gori (scomparso all’Utic nel 2006) con l’assoluzione del medico, non sapevamo che cosa aspettarci. Invece grazie alla sensibilità e professionalità del giudice ha avuto un finale diverso. Ora i difensori del medico condannato faranno probabilmente appello e ci sarà una causa civile. Questa storia, insomma, non è chiusa. Ma l’altro giorno, uscendo dal palazzo di giustizia ho fatto una promessa: non assisterò mai più ad una udienza».

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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