Gioco
«L’Italia mi ha tradito ritornerei soltanto se...»
«Questo Paese mi ha voltato le spalle ma mi manca ogni giorno» Sei storie di giovani che chiedono di uscire dalla paralisi culturale e politica
LIVORNO. “Italia di giorno ti penso, di notte ti sogno”. Una frase che appariva in un fotogramma del film premio Oscar “Mediterraneo” di Salvatores del 1991. Un film dedicato “a chi sta scappando”. E oggi a scappare dall’Italia sono in tanti, tantissimi. Giovani che scelgono di andare all’estero in cerca di una prospettiva di lavoro migliore, di un posto in cui stare meglio, sentirsi liberi di vestirsi come si vuole o uscire con la persona che si ama, maschio o femmina che sia. Lo stallo, lavorativo, politico e culturale, che si respira nel nostro Paese non si addice alla mobilità con cui le nuove generazioni sono cresciute.
Abbiamo intervistato sei giovani livornesi che abitano all’estero, per dar loro una voce, per ascoltare le loro idee e per capire se e perché tornerebbero a casa. Pillole di idee, sogni, speranze, visioni di italiani che vivono altrove. Altrove dall’Italia, altrove da Livorno. Per scelta, per occasione, per necessità, “per forza”.
Questo Paese mi ha voltato le spalle. «E perché questo Paese mi ha voltato le spalle », afferma Federico Genovesi, 29 anni, laureato in filosofia. E nelle sue parole c’è tutta la rabbia di chi ama il suo Paese, ma non riesce a cambiarlo e a cui non resta che osservarlo da lontano con la speranza che qualcosa cambi per poter tornare, per ricordare che in quella rabbia si nasconde un immenso amore. Federico vive a Belfast, dove, dopo aver vinto alcune borse di studio per dei progetti d’integrazione, lavora in un customer service. «Io vorrei lavorare nelle Ong – spiega – ma qui nel giro di due mesi mi hanno fatto un contratto a tempo indeterminato. Convivo con la mia ragazza e sono felice». Parole semplici e dirette. Se si parla d’Italia però, il tono si fa più cupo. «Mi manca Livorno, mi manca il sole, la famiglia, gli amici – spiega – ma vent’anni d’imbarbarimento culturale hanno tirato fuori il peggio dell’Italia. È un Paese corrotto, lo dico sempre ai miei colleghi mostrandogli come nelle prime pagine dei giornali ci siano sempre scandali di corruzione. Questo non è il Paese che mi rappresenta. Io sono italiano, mi sento italiano, ma la mia generazione è stata abbandonata a se stessa, non abbiamo voce e non abbiamo futuro». Tornerebbe Federico in Italia? «Sì, ma solo a Livorno, al massimo in Toscana. È la mia terra e la amo, ma aspetto un cambiamento forte. Un esempio? Il reddito minimo di cittadinanza, in molti Paesi europei c’è, credo che sia uno dei più alti punti di civiltà».
Troppa burocrazia. Convincersi che chi vive all’estero non pensi all’Italia è un errore. Credere che non siano coinvolti da quello che succede mentre sono lontani lo è ancora di più. Tutti ci pensano, con rabbia o con nostalgia, ma ci pensano. «Vorrei che il mio Paese mi desse un motivo per tornare», dice Elena Evangelisti, 29 anni, cuoca in un ristorante di Londra dove vive dal 2009. La passione per la cucina Elena l’ha scoperta in Inghilterra dove ha deciso di trasferirsi dopo essere stata licenziata da una ditta di import export a Livorno. «È esplosa la crisi e il lavoro è diminuito – racconta – da un giorno all’altro mi sono trovata senza niente in mano e così ho deciso di partire. Ho scelto Londra perché mi piace l’inglese e perché amo la sua interculturalità». L’Italia manca anche a Elena, «specialmente il senso di comunità che c’è, a Livorno in particolare. Infatti torno appena posso, per vedere la mia famiglia, i miei amici». Tornare definitivamente? Elena ci pensa, «ma mi sono troppo abituata alla “linearità” di Londra. Tra poco vorrei aprire la mia attività e so che qui sarei valorizzata e la burocrazia sarebbe molto più semplice. Ecco, vorrei dall’Italia più incentivi per chi si mette in proprio, burocrazia più semplice e meno tasse sul lavoro».
Formattiamo tutto. Chi invece si vede tornare a Livorno solo in pensione è Dennis Berti, 35 anni. Dennis vive in Messico dal 2005 dove è riuscito a crearsi una brillante carriera come fotografo di matrimoni. E a Los Cabos, dove vive, è uno dei più ricercati. «Amo la mia vita e non tornerei in Italia anche se è la mia felice patria – spiega – La seguo tutte le mattina sui giornali e, voglio dirlo, questo Paese va formattato. È la mentalità che deve cambiare, c’è troppa paura, troppa ignoranza e pochi sorrisi».
È l’Europa la mia casa. Anche Filippo Cantini, 29 anni, vive in Messico dove dirige l’ufficio di Monterrey dell’azienda Savino Del Bene. Prima del Messico diverse esperienze in giro per l’Europa. «Non ho sentimenti negativi verso l’Italia – afferma – Sono venuto a vivere all’estero perché mi è stata fatta un’offerta. Tornerei a vivere a Livorno, ma solo se ciò non significasse fare un passo indietro nella mia carriera. Più che in Italia però, mi piacerebbe tornare in un altro Paese europero, per essere più vicino alla mia famiglia, ma per godere di un fermento culturale e sociale più vivo di quello che si respira in Italia. È l’Europa casa mia».
Il più bel Paese del mondo. Andrea Viaggi, 27 anni, di cui gli ultimi due vissuti in Australia (facendo tre lavori) non vede invece l’ora di tornare a casa. «Sono venuto a Melbourne dopo essere stato a Londra per seguire la mia ragazza e aggiungere esperienze al mio curriculum – racconta – ma l’Italia è nel mio cuore, per me resterà sempre il Paese più bello del mondo, anche con tutti i suoi difetti». Anche Andrea legge i giornali italiani tutti i giorni: «Mi fa rabbia vedere che la situazione è immobile da anni, non si muove una foglia. Tornerei subito se vedessi un vero cambiamento, culturale, politico, sociale. Ma non c’è e mi spezza il cuore perché per la mia generazione è quasi troppo tardi».
Troppo tardi. Sicuramente è troppo tardi per Giulia Simi 33 anni, un curriculum alle spalle di eccellenza in arte visive. «Mi sono trasferita a Londra da pochi mesi con il mio ragazzo, anche lui italiano – racconta – Nessuno di noi ha mai avuto problemi a trovare lavoro in Italia, ma la situazione si faceva sempre più irrespirabile. Si lavora, ma ti senti fermo, tutto è più difficile e soprattutto i giovani, la nostra generazione non ha voce su niente. Aspettavamo un cambiamento da anni, sociale, politico, culturale che non è mai arrivato. Cosa vorrei vedere? Investimenti in ricerca in senso lato, in educazione e formazione in cultura. Ma per me ormai è troppo tardi».
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