Gioco
Il ragazzino che sognava il mare diventato pendolare per amore
Era arrivato a 14 anni per frequentare il nautico e non se n’è più andato: «Livorno è la mia città» Dalla storia con Michela agli anni sulle petroliere in giro per il mondo fino al posto da pilota a Genova
LIVORNO. Michele Robazza amava il mare. Lui che era nato a Pistoia ed era cresciuto a Firenze, aveva il salmastro nel sangue come se fosse venuto alla luce coccolato dai cavalloni di Calafuria. E insieme al mare amava il mondo. Lo raccontava ogni giorno con le foto che pubblicava su Twitter: le insenature del Golfo del Messico, la luna sul porto di New York, le palme baciate dal sole che costeggiano le banchine di Honolulu. Quei paesaggi li aveva visti dal vivo, attraversando gli oceani a metà degli anni Novanta sulle petroliere della flotta D'Alesio e ora adorava condividerli con gli amici in questa specie di diario pubblico che sono i social network. Tutti visti da un’angolatura particolare: quella del ponte di comando di una nave.
Hong Kong, Jubail, Singapore, Anversa, racconta il suo vecchio libretto di navigazione. Novecento giorni d'imbarco tondi tondi, dal 1992 al 1998, e la carriera di ufficiale scalata velocemente, come quella biscaglina che ha salito ogni giorno da quando proprio nel 1998 aveva vinto il concorso da pilota al porto di Genova e aveva deciso che era ora di fermarsi e smetterla con la navigazione. Anche perché a terra c’era Michela, la ragazza che aveva conosciuto ai tempi di scuola, a cui scriveva lettere lunghissime dalla sua cabina con oblò sull’oceano, e che non aveva più lasciato.
«Era entrato da noi come terzo ufficiale di coperta», ricorda Antonio D'Alesio, figlio di Nello, che col fratello Nino è al timone dell’impero D'Alesio. «L'avevo portato io, insieme ad una serie di altri amici - continua Antonio -. Eravamo stati compagni di classe, cinque anni al nautico, indirizzo capitani. Michele era arrivato da Firenze per frequentare la nostra scuola. Sognava di fare questo lavoro. Pensate che sacrificio a quell'età: viveva al convitto dei Salesiani, la mattina arrivava in bus, cinque ore di lezione e poi tornava in viale Risorgimento. Le sue giornate passavano tra studio e oratorio».
Il padre Nello, seduto alla scrivania del quartier generale di via Castelli, ha ancora gli occhi lucidi. «Ieri sono andato a letto con la notizia di questa tragedia. Non ho chiuso occhio, perché ogni volta che c'è un incidente in mare, per noi è una ferita al cuore. Stamani, quando ho saputo che una delle vittime era un nostro ragazzo mi sono messo a piangere. E ora non so darmi pace. Michele era uno dei nostri uomini più bravi, guardi qui: gavetta espletata fuori dai distretti in modo esemplare, primo ufficiale al quinto anno di navigazione. Il suo primo imbarco fu sulla motocisterna Gorgona, poi è stato sull'Antonio D'Alesio in Arabia Saudita, sulla Francesco nel mar cinese, sulla Elba, sulla Liliana, sulla Calafuria. Quando nel 1998 vinse il concorso da pilota, fece una scelta comprensibile. Ma ha continuato a venire a trovarci, è rimasto amico di molti. E infatti siamo tutti sotto choc».
Lavorava a Genova, Robazza, aveva i genitori a Firenze, ma ormai era livornese come se davvero fosse nato sugli scogli. “Governo Letta: tutto possiamo accettare ma due pisani al governo no, è troppo”, scriveva in un tweet dopo aver passato un pomeriggio sui gradoni della curva dell’Armando Picchi insieme al figlio Alessio a godersi la vittoria amaranto sul Vicenza.
Il lavoro del pilota dà belle soddisfazioni ma ancor più grandi responsabilità. Ma è anche un lavoro legato, legatissimo al territorio, anzi ai fondali, ai canali, alle strettoie di un porto, e di un porto specifico. E così quando diventi pilota a Genova sai benissimo che difficilmente potrai tornare a casa. Michele Robazza lo sapeva ma non ha mai chiesto a Michela, che nel frattempo era diventata sua moglie, di seguirlo. Neanche quando era nata Aurora, che oggi ha 8 anni, e poi era arrivato il piccolo Alessio. Aveva preferito fare il pendolare. Tutti i giorni su e giù, tra le gallerie liguri e i viadotti, decine di migliaia di chilometri all’anno. La sua ultima auto ne aveva tagliati 200mila proprio tre mesi fa come raccontava scattando una foto dal sapor pendolar-eroico al suo contachilometri che poi aveva postato su Twitter. Martedì aveva cenato a casa, aveva dato un bacio a Michela, ai bambini e si era messo al volante. Lei era abituata ad aspettarlo e l’aveva fatto anche l’altra sera. Quando era arrivato a Genova le aveva mandato un sms: tutto ok. Il suo turno sarebbe iniziato alle 4 di ieri mattina, ma come accadeva sempre, preferiva arrivare in anticipo, dormire nell’alloggio piloti e poi montare fresco, riposato. Michela era andata a letto serena. «Il timore più grande che aveva la moglie era proprio quel su e giù quotidiano. Qualche anno fa aveva avuto un incidente terribile: il camion che lo precedeva aveva perso una ruota che gli era finita addosso, tagliando in due la sua auto. Ma Michele miracolosamente si era salvato», ricorda Matteo Ferroni, pilota del porto di Livorno, ma soprattutto amico di una vita, da quando nel 1982 si erano trovati uno a fianco all’altro sui banchi del nautico.
Ferroni e i piloti livornesi sono stati i primi a sapere che una delle vittime della strage del molo Giano era Michele Robazza. «Ci hanno chiamato i colleghi di Genova, erano le due di notte», racconta il vicecapo Massimiliano Lupi. «Ci hanno dato la notizia chiedendoci di accompagnarli dalla moglie. Volevano essere loro ad abbracciarla per primi in questo momento tremendo». Alle quattro e mezzo del mattino, mentre l’alba si stava preparando a spuntare, nell’ora in cui Michele Robazza avrebbe dovuto iniziare il turno di lavoro, Ferroni, Cino Milani, il collega Castellani, il capopiloti di Genova e altri piloti liguri hanno suonato il campanello di via San Gaetano 31. E l’alba sulla vita di Michela Cecconi nei Robazza non è più sorta. Le immagini nella sua testa e poi in quella degli amici che ora dopo ora apprendevano la notizia, hanno iniziato a frullare come in una pellicola impazzita, al centro quel gigante di Michele, un metro e novanta per centodieci chili, il sorriso intramontabile, la pacatezza assoluta, la battuta livornese sempre pronta, lui che da ragazzino era arrivato timido e qui era stato contagiato dalla guasconeria labronica, sempre composta, però, mai gridata. E i flash si susseguivano: i suoi appunti di calcolo delle navigazioni che Antonino Galia, sette anni di imbarchi insieme sulle petroliere D’Alesio ancora conserva, il suo amore per i bambini e quella sua capacità di averne intorno a frotte, come se fosse stato il babbo di tutti, che Sara e Gianluca Agostini raccontano ricordando le estati ai bagni Maddalena, la passione per i viaggi, in crociera naturalmente, e poi, soprattutto, quella sua attenzione costante per la famiglia, per la moglie Michela che amava definire supermamma, e per Alessio e Aurora a cui dedicava ogni centimetro che la vita del pendolare gli consentiva.
@giucorsi
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