Gioco
Fra i giganti del mare in un porto stretto
Oltre un secolo e mezzo di storia per i piloti: a loro la Livornina (come a Toaff, Ablondi e l’Accademia)
LIVORNO. «Ogni pilota di porto lo sa: la fine può arrivare cadendo dalla biscaglina mentre il libeccio gonfia il mare. Ma questo mestiere te lo sei scelto e ognuno di noi ha mille episodi che gli hanno fatto capire quanto e come si rischia la pelle, fa parte del gioco. Ma com'è capitato a Michele, no: non so come dirlo, ma è una ingiustizia». Salvatore Vasta, classe 1954, origini catanesi nello stesso paese di Franco Battiato, metà della sua vita l'ha spesa “guidando” le navi fino ad arrivare alle banchine labroniche, e adesso è il capo dei piloti del porto. «Robazza? Lo conoscevo, non era solo un pilota: era un amico, un innamorato del mare. E una gran brava persona, vedrà che glielo diranno tutti: era proprio così».
Ai piloti spetta condurre la nave in porto. Obbligatorio utilizzarli, qui da noi, per le navi oltre le 2mila tonnellate di stazza, se la nave è fra 500 e 2mila tonnellate ok anche la guida via radio. In teoria è un consulente del comandante che resta responsabile della manovra, in realtà spesso è il pilota a farla (ma sempre avendo accanto il comandante).
A Livorno arriva praticamente insieme alle truppe sabaude, nel settembre 1859, il decreto che fa nascere questo strano miscuglio fra il monopolio di settore, una sorta di servizio statale, qualcosa che assomiglia a coop e anche un po' a una impresa. Ma con un compito chiaro: portare in sicurezza le navi nei porti. E se a tempi di Cavour erano principalmente “guardie di sanità” che salivano a bordo per capire se c'era da spedire l'equipaggio in quarantena, adesso il gigantismo delle flotte e l'”industrializzazione” del lavoro sulle banchine ne fa, in tandem con i rimorchiatoristi, sia il bersaglio di polemiche infinite per i costi dei servizi tecnico-nautici sia l'ingranaggio-chiave che fra “girare” in sicurezza tutto il motore del porto. Basti pensare cosa può significare, in termini di contraccolpo economico, non una apocalisse come quella di ieri ma anche soltanto un incidentino banale che blocchi l'entrata e l'uscita dal porto.
Dev'essere per questo che, messe per un attimo in soffitta le polemiche di sempre, la città ha dato ai “suoi” piloti l'onorificenza riservata ai figli che l'hanno resa quel che è: i piloti del porto come Toaff, Ablondi, Benifei, l'Accademia…
Non è un segreto che nei porti ci si muove nello stretto, anzi a Livorno nello strettissimo: nel canale per entrare in Darsena una nave di ultima generazione ha adesso non più di 15 metri per parte e per girare nel bacino di evoluzione un margine di manovra di 20-25 metri fra nave e banchina («e guarda che non è come quando cerchi di parcheggiare la Golf, freni e metti la marcia indietro»). Senza contare che, finché sono rimaste aperte le porte vinciane, le melme in arrivo dallo Scolmatore creavano sui fondali collinette di sabbia alte anche di due-tre metri che mettevano a rischio il passaggio di portacontainer talvolta già al limite del pescaggio. Se nel “menù” metti pure le libecciate a 40 nodi che non sono poi così rare…
Ma ora al quartier generale al Forte della Bocca ogni frase finisce in un ricordo di Michele. Come quando raccontano che, «siccome d'estate le onde elettromagnetiche si propagano meglio, i piloti di Genova e Livorno “dialogano” sul canale 12. Talvolta anche a suon di sfottò, quando in mezzo al dialetto ligure spuntava l’accento inconfondibilmente toscano di Michele».
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