Il Tirreno

Livorno

«Un fiore debole, temevo i cattivi amici»

di Claudia Nanni
«Un fiore debole, temevo i cattivi amici»

Santa Rosa gremita di parenti e amici per i funerali di Alessandra. I gigli sulla bara bianca, i ricordi della mamma

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LIVORNO. «Alessandra non si drogava». Mamma Francesca lo ripete, chinata su una panca della chiesa della Rosa prima che inizi il funerale. Una donna stravolta, dilaniata dal dolore. Col marito Marco e il figlio Manuel è seduta in prima fila. Vicino a loro gli amici di famiglia. In fondo invece ci sono i suoi amici, gli amici di Alessandra. Sopra la bara bianca, una fotografia e una composizione di gigli con un messaggio che racchiude mille ricordi: “Con amore mamma, babbo e Manuel”.

«L’ho desiderata in maniera esagerata. Ero incinta di Manuel quando andai al tribunale di Firenze per avere le carte di adozione - racconta la signora Francesca -. E’ stato un pensiero fisso che ho coltivato da quando avevo 14 anni e lessi "La mela e il serpente". Nel libro erano descritte situazioni di ragazze che venivano prese da orfanotrofi per essere indotte alla prostituzione. Sono rimasta talmente sconcertata che ho deciso di fare qualcosa per poter aiutare questi bambini».

Parla la mamma di Alessandra e nei suoi occhi non si intravede nessuna speranza. Solo il vuoto.

«Ho fatto per tre volte i fogli per il rinnovo di adozione, scadevano oppure non mi davano il consenso per avere il bambino. Alla fine è arrivata lei, Alessandra. Quando l'abbiamo presa aveva cinque anni. Con Manuel non ha mai avuto un problema, quando erano piccoli capitava che per giocare Alessandra gli lasciasse dei morsi ma lui non si è mai lamentato, non hai mai avuto rimostranze o atteggiamenti di gelosia verso la sorella adottata».

Da poco Alessandra aveva realizzato tutti i suoi sogni: un lavoro, un ragazzo e una casa che la madre le aveva lasciato. Pochi giorni prima di quella notte maledetta aveva firmato le carte per avere il suo bar.

«Ripetevo sempre questa frase - dice mamma Francesca - per me ormai era diventata un mantra: Gesù confido in te. Solo Gesù poteva proteggerla quando era fuori perché Alessandra era un fiore debole, una ragazza ingenua, sapevo che se avesse fatto cattivi incontri l'avrei persa. Sulla sua strada è passata una mano cattiva».

Le parole scorrono veloci, i ricordi riaffiorano, gli occhi lucidi continuano a guardare nel vuoto mentre arrivano parenti e amici. La salutano, l’abbracciano, la stringono.

Negli ultimi giorni Francesca si sentiva una mamma felice: sapeva che la figlia si vedeva con un ragazzo e la incoraggiava sperando che le cose andassero meglio che col precedente con cui aveva un rapporto complicato. «Quando hai un figlio adottivo sembra di vivere sui cristalli e quando ti dice che ti vuole bene vale quattro volte di più. Se non l'avessi avuta avrei portato con me il rimpianto», dice.

Le immagini scorrono come in un rewind fatto a caso su 15 anni di vita insieme. Le piaceva nuotare, aveva fatto anche agonismo anche se ultimamente si era fermata. «Era una ragazza con la testa sulle spalle - continua la madre - ogni tanto fumava qualche sigaretta ma non mi sento di rimproverarmi niente. Bisogna essere molto forti per avere un figlio adottivo, noi genitori proviamo una gioia immensa quando vediamo che i nostri figli riescono a seguire un percorso sereno». Le stesse parole che padre Nike ha detto a tutti durante l’omelia che ha salutato per sempre Alessandra Lenzi.

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