Gioco
«Se non ci alleiamo le grandi fabbriche non mettono radici»
Bozzi: oltre ai posti di lavoro, in pericolo le professionalità Lite sull’Imu ma si snobba il piano che vale 40 volte di più
LIVORNO. «Finora la mia azienda non ha fatto neanche un minuto di cassa integrazione, nonostante la crisi che azzanna e nonostante tutto il resto. Eravamo una quindicina quando a fine anni '90 abbiamo inaugurato questo capannone, ora siamo il triplo: sempre in crescita, facendo il passo lungo quanto la gamba consente». E ripete: finora. L'imprenditore Maurizio Bozzi non lo dice solo per scaramanzia: se lo ribadisce, anziché far la ruota del pavone, è perché «so bene quanto la strada sia sempre più in salita ogni giorno che passa».
È al timone con il fratello Stefano dell'azienda di famiglia (Bozzi & Figli) creata più di mezzo secolo fa dal padre Ilvo, ex operaio Motofides, ed è anche vicepresidente della Confindustria provinciale (con delega alle piccole imprese): è la vita quotidiana, insomma, che lo tiene attaccato ai problemi concreti della produzione e, al tempo stesso, gli dà una visione che esce dal cancello della propria fabbrica.
Dopo aver sentito il morso della Fiat quando negli anni ’70 ristrutturò la galassia dei fornitori, la sua azienda ha riorientato la bussola nella meccanica di alta precisione e ora è pochissimo legata all'indotto auto: dunque, non lo toccano granché i guai choc della componentistica che fanno tremare l'industria livornese. Inutile dire, però, che il rapporto con i grandi complessi industriali, multinazionali e non, è al centro dell'attenzione di Bozzi: capita sempre più spesso che i giganti imprenditoriali del nostro territorio spostino altrove, perfino fuori regione, l'affidamento quel poco di lavoro che c'è a scapito delle realtà locali, anche quando le ditte livornesi esistono e avrebbero di che farsi valere.
È un tasto sul quale Bozzi insiste. Badando all'immediato: così si riducono le commesse affidate alle piccole ditte presenti in zona e, dunque, si rattrappisce la ricaduta in termini di buste paga (e ulteriore indotto connesso alla capacità di consumi derivante da quei redditi). Guardando un po' più in là: se le grandi industrie non hanno radici in un terreno di fornitori locali c'è poco che le lega al territorio e questo, in prospettiva, le espone a tutti i venti della delocalizzazione che vuol trasferire le produzioni meno sofisticate là pove la manodopera costa meno. È' così che si perdono posti di lavoro ma a lunga scadenza («e lo sottolineo io che, dopo la crisi a metà anni '70 non ho mai licenziato nessuno per mancanza di commesse») – avverte – c’è «qualcosa che mi preoccupa ancor di più: è perdere il know how», cioè la capacità di saper fare che deriva dalla professionalità manifatturiera che lavoratori e tecnici «hanno nelle mani».
Un lavoratore, i soldi per campare può averli sia arrangiandosi con lavoricchi senza qualifica sia operando con una macchina avanzata a controllo numerico su cinque assi, dice il vicepresidente della Coinfindustria. Solo che per ricostruire questa capacità tecnico-operativa diffusa non basta qualche mese di apprendistato, ci vuole una generazione intera. Un impoverimento di professionalità che è l'esatto contrario di quanto accaduto tanti anni fa con Motofides e Cantiere: hanno sfornato una leva di operai specializzati che si sono messi in proprio e, anche se forse non erano geni del marketing e avevano tutt'al più la terza media, hanno rappresentato il nerbo di una generazione di imprese.
Il rimedio? Fare squadra, è stato detto tante volte. Ma per Bozzi non nascerà per decreto divino dall'alto: un bel contenitore, un magnifico nome, una infinità di istituzioni e organizzazioni di categoria, un nastro da tagliare. Il punto di partenza è chiaro: «È arcisbagliato credere che nell'industria Livorno non abbia più niente: al contrario, ci sono realtà valide che però rischiano di restare ciascuna per proprio conto». Lo dice guardando alla propria azienda ma anche ad altre imprese come, per dirne una, Flyby o strutture come il Compolab più studi ingegneristici e di progettazione, la possibilità di interagire con il Sant'Anna. «Servono due cose: l'una – dice – è far parlare le aziende fra loro, l'altra è trasformare il rapporto con la grande industria». Come? «Invece che limitarsi all' affidamento di questo o quel micro-componente, si potrebbe passare a una logica di fornitori-partner. Anzi, di una rete di fornitori. E in forma più coinvolta all'interno della logica della progettazione: l'idea, la fase preliminare, il prototipo, l'ingegnerizzazione, i test, lo sviluppo in vista della produzione in forma industriale».
E, a riprova, che qualcosa di buono c'è ricorda che «fra Livorno e Pisa è nata una esperienza fuori dal comune che va proprio nella direzione di una sinergia dal basso fra le imprese»: è Toscana Spazio, l'alleanza che mira a dar vita a un distretto toscano dell'alta tecnologia aerospaziale («conta già una trentina di realtà che valgono 1.500 posti di lavoro»).
"Ecco, - conclude - è di questo che bisognerebbe cominciare a parlare: invece i sindacati continuano a «difendere i posti più che il lavoro» mentre bisognerebbe creare un patto per più salario in cambio di più lavoro (i lavoratori «vedono in busta paga 100 e a me costano più di 240», senza contare che »sarebbero utile anche per loro meno ferie e più soldi»). Ma la politica non aiuta: «Si litiga sull’Imu (che mette in ballo 4 miliardi) e si snobba il manifesto della Confindustria che immaginava un piano quinquennale da 150 miliardi di euro...».
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