Il Tirreno

Livorno

«Ammanettato per parare i suoi colpi»

di Lara Loreti
«Ammanettato per parare i suoi colpi»

La vigilessa che ha arrestato il titolare del Pollicino: «È stata una decisione legata alla nostra e alla sua sicurezza»

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LIVORNO. «L’abbiamo ammanettato per eliminare il pericolo e per motivi di sicurezza: lui continuava a colpirci e solo così abbiamo potuto evitare che la situazione degenerasse». A parlare è Barbara Venchi, la vigilessa che lo scorso 21 marzo ha arrestato insieme al collega Daniele Spinetti il barista Giovanni Villa, titolare del bar Pollicino in via Marradi, per resistenza lesioni e minacce a pubblico ufficiale. Un episodio che aveva fatto tanto discutere tutta la città. Molti si erano schierati (con tanto di gruppo di sostegno su facebook) a favore di Villa, giudicando eccessivo l’arresto operato dalla polizia municipale.

Tutto era nato per una buca, presente da mesi fuori dal bar in via Marradi, che, a causa del passaggio di bus e altri mezzi, spesso perdeva pezzi di asfalto. Quel giorno, Villa vedendo i due vigili scendere da un bus della linea due proprio di fronte al suo bar, aveva chiesto loro spiegazioni su quella buca. Ma la situazione era presto degenerata. Ieri in tribunale la vigilessa Venchi ha raccontato la sua versione dei fatti. Hanno deposto anche i due controllori dell’Atl scesi dal bus insieme agli agenti, Luca Ianitto e Antonio Mandes, e il testimone che era nel bar, Marco Pontil, che aveva già raccontato l’episodio e detto la sua opinione appena dopo l’episodio, criticando l’operato dei vigili. L’udienza s’è svolta davanti alla giudice in presenza del pubblico ministero Giuseppe Rizzo, dell’avvocato difensore di Villa, Massimo Tuticci e della parte civile.

«Noi non volevamo arrestarlo - ha spiegato la vigilessa Venchi - ma semplicemente portarlo in caserma per l’identificazione che fino a quel momento non era stata possibile perché Villa era agitato e non l’aveva permesso. La decisione di mettergli le manette è nata dal fatto che era necessario creare una condizione di sicurezza per lui e per noi. Io e il mio collega ci siamo sentiti travolti dai colpi ed è stato automatico per noi eliminare il pericolo tirando fuori le manette». La vigilessa spiega che Villa non aveva permesso a lei e al suo collega di identificarlo. «Prima ci ha dato la patente, poi ce l’ha strappata di mano - ha detto la Venchi - E dopo averlo ammanettato, abbiamo chiamato dal bar un’altra pattuglia in ausilio. A quel punto è intervenuto il testimone che era nel locale. Io fino allora non l’avevo notato perché tutta l’attenzione era concentrata su Villa. Il testimone a quel punto ha detto: “Perché lo arrestate? State calmi, non serve”. Nel frattempo fuori s’era creato un capannello di persone. E quando siamo usciti Villa ha gridato più volte: “Fate le foto”, rivolgendosi alla gente. Poi chiamava per nome il suo avvocato a squarcia gola». Villa aveva rimproverato ai vigili di non avergli neanche fatto chiudere il bar. A questo proposito, la vigilessa dice che il barista aveva dato le chiavi a un suo amico che aveva provveduto a chiuderlo a chiave. «Poi Villa s’è sentito male, non riusciva a stare in piedi e così il mio collega l’ha sorretto. Ma noi non abbiamo mai usato violenza verso di lui. Io invece ho ricevuto un colpo alla testa e ho riportato anche ecchimosi alle braccia, oltre che un dolore alla schiena».

La vigilessa, interrogata da Tuticci, si è anche espressa rispetto al sasso che Villa aveva in mano al momento dell’incontro con i vigili. «Villa aveva un sasso in mano - dice la Venchi - e mostrandolo gridava: “Questo sasso ha colpito una mia cliente e le ha fatto male a una gamba”. Il mio collega ha risposto che lui non poteva farci niente e che c’era un ufficio del Comune che si occupava della questione. Comunque quel sasso non voleva lanciarlo». Versione confermata dal controllore Atl Ianitto: «Lo mostrava ma non minacciava di lanciarlo. Poi tornando verso il bar ha detto: “Ci vuole una pistola, vi faccio licenziare”. È stato allora che i vigili si sono avvicinati per identificarlo».

Perplessità e qualche battibecco con il pm invece sono emersi nel corso dell’interrogatorio del testimone Pontil, che ha spiegato che non vedeva grandi ragioni per portare a termine l’arresto. Il processo è stato rinviato tra due settimane quando il giudice potrebbe pronunciare la sua sentenza.

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