Gioco
«Io, credente, dico no alla chiesa alla Cosmos»
L’ex direttore Caritas Nobili: si usino i soldi per coop che creano lavoro, sarebbe una scelta profetica
LIVORNO. L’idea di trasformare l’ex fabbrica di armi Cosmos in una chiesa non lo convince: anzi, non gli sembra affatto una battaglia di testimonianza nel segno della pace. A dirlo è Mauro Nobili, una voce che arriva dall’interno della Chiesa: alle spalle l’impegno nella Caritas prima come direttore diocesano e poi come presidente della Fondazione. L’ha detto in un post sul sito del nostro giornale alla notizia dell’acquisto dei capannoni dell’ex stabilimento di mini-sommergibili da parte della diocesi per riconvertirlo come complesso parrocchiale a servizio del rione di Salviano 2.
«Non mi convince – afferma Nobili – la questione della riconversione perché non c'era niente da riconvertire: sono ormai solo dei muri dove dentro i lavori si sono fermati un sacco di anni prima. Nessuno ha mai mostrato interesse a comprare quei muri per farne un'industria bellica. Non c'è stata una battaglia per sottrarre il luogo a qualche compratore straniero che avrebbe proseguito l'attività bellica. Diciamo che si era già riconvertita da sola e che, a conclusione della procedura fallimentare, sarebbe stata acquisita dal costruttore di turno. Anche questa sarebbe stata una riconversione: dalla guerra alla casa».
Nobili non è convinto neppure del fatto che sia necessario costruire una nuova chiesa: la maggioranza di esse – aggiunge – «sono sempre semi vuote (escludendo, ovviamente, le celebrazioni presiedute dal vescovo)» e anche la domenica «poche chiese riempiono più della metà della loro capienza» (e «poche parrocchie celebrano più di una messa la domenica mattina»). Ricorda che «molti credenti, la domenica, si spostano tranquillamente e senza alcun problema, da una comunità all'altra, per partecipare all'Eucarestia» e che semmai si poteva inserire la nuova parrocchia « nell'Unità Pastorale dei Tre Arcangeli, sostenendola con ulteriori presbiteri, diaconi e laici».
Per Nobili «non è questo il momento di comprare capannoni e costruire chiese, anche se con annesso qualcosa che riguarda la Caritas». Meglio sarebbe se, «anche in ordine ad altre scelte fatte dalla diocesi in questo senso», i soldi venissero investiti «esclusivamente nella creazione di lavoro, di posti di lavoro».
Il problema di oggi è il lavoro, dice l’ex dirigente Caritas. «La vera "profezia" che la Chiesa dovrebbe lanciare, perché questo è il suo compito più autentico, dovrebbe essere un impegno nella creazione di posti di lavoro. Non posti di lavoro precari e a tempo determinato, legati a progetti finanziati da altri soggetti, ma posti di lavoro che diano una certezza a quelli che il lavoro lo hanno perduto». A suo giudizio, bisognerebbe « dare vita a cooperative o altre attività in molti settori fortemente scoperti e che avrebbero solo bisogno di un finanziamento iniziale; di una (cosiddetta) spinta».
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