Il Tirreno

Livorno

«Clandestini? Caccia a chi delinque non a chi lavora»

di Lara Loreti
«Clandestini? Caccia a chi delinque non a chi lavora»

Parla Diop Mbaye, capo della comunità senegalese labronica «Sbagliato perseguitare chi è onesto ma non ha documenti»

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LIVORNO. «La caccia bisognerebbe darla a chi delinque non a chi, pur lavorando e vivendo onestamente, non ha documenti». A parlare è Diop Mbaye, segretario della comunità senegalese livornese e toscana. Il portavoce critica la situazione che si è venuta a creare nel nostro Paese: «Lo Stato italiano sbaglia perché a volte rincorre gli stranieri solo perché non hanno il permesso di soggiorno piuttosto che chi spaccia e commette reati orribili, come quello di Castagneto Carducci. Oltretutto, molti stranieri onesti non hanno il permesso perché non gli viene dato a causa della rigidità delle legge, e questo va al di là della loro volontà. Il discorso cambia invece per colora che, clandestini, delinquono: la maggior parte delle volte infatti chi spaccia o commette reati anche peggiori se ne frega del permesso di soggiorno, eppure è in libertà. È necessario quindi distinguere tra chi è perseguitato solo perché non ha il permesso di soggiorno e chi invece è nemico di chi vive serenamente».

Diop Mbaye fa riferimento anche alla delicata situazione he si è creata negli anni a piazza Cavallotti, in città: «Non mi sembra giusto che chi si dà da fare e cerca di sbarcare il lunario, come succede per molti miei connazionali che lavorano nella zona del mercato, venga preso di mira, e invece molti delinquenti veri siano a spasso e non si riesca a controllarli».

Diop difende la bontà della comunità senegalese e gli ottimi rapporti che ci sono sempre stati tra i livornesi, sia in città sia in provincia, e i suoi connazionali. «Quel ragazzo rappresenta un capitolo a parte rispetto al resto della comunità, che è sempre stata perfettamente integrata - dice Diop - Purtroppo io stesso mi sono reso conto della sua aggressività. Quando è stato arrestato, era violento e insultava i carabinieri. Poi sono entrato in gioco io per cercare di parlarci e di calmarlo. E alla fine, non so come, ma ce l’ho fatta. Ho cercato di fargli capire che così peggiorava le cose. E alla fine s’è fatto interrogare dalla pm».

E se ad aver colpito Ilaria fosse stata davvero più di una persona, come ha ipotizzato il procuratore capo Francesco De Leo, e quindi se Ablaye Ndoye avesse avuto dei complici? «In questo caso - dice Diop - come è già successo, collaboreremo alle indagini. Però siamo anche garantisti: crediamo nel principio della Costituzione italiana, in cui ci riconosciamo al cento per cento, della presunzione di innocenza, anche se gli indizi a carico di Ablaye sono rilevanti».

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