Il Tirreno

Livorno

Una chiesa nell’ex fabbrica di armi La diocesi compra l’ex Cosmos

di Mauro Zucchelli

«Nel luogo in cui venivano creati strumenti di guerra nasce uno “stabilimento” di pace e solidarietà» Il fabbricato in abbandono da anni sarà riconvertito nella sede della parrocchia di Salviano 2

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LIVORNO. Là dove c’era l’erba, ora c’è una città: basta tornare indietro di una-due generazioni e, anche chi non era nato nella via Gluck, si sarebbe accorto che fra Rombolino e Padula c’erano più zolle che case, la Porta a Terra manco immaginata e neppure sognata. Là dove c’era una fabbrica di armi, presto ci sarà una chiesa e un polo parrocchiale per aiutare chi è stato affondato dalla crisi economica, dai guai di una vita senza paracadute, dall'inadeguatezza a campare.

“Là” è il crocevia fra via Bacchelli (in uscita sud dalla Porta a Terra) e via della Padula (che porta verso il carcere): il fabbricato è quello che ospitava la Cosmos, costruttore di mini-sommergibili esportati ai quattro angoli del mappamondo. Un marchio finito negli anni ’90 al centro di una spy story internazionale che ha mosso gli 007 di mezzo mondo prima che la società precipitasse nel patatrac che, in mezzo a una infinità di guai giudiziari, l’ha chiusa nell’autunno di dieci anni fa.

Eccoci fra la multisala ex Medusa (ora The Space) e il passaggio a livello di via di Salviano: sotto gli occhi delle migliaia di auto che fanno l’andirivini ad ogni ora del giorno. Eppure quel fabbricato è come sparito dai radar della coscienza collettiva. Ce l’abbiamo messa tutta per cancellarlo dalla geografia dei problemi: anche perché, bisognerebbe avere il coraggio di ammetterlo, Livorno non ama sentirsi dire che l’industria del nostro territorio campa (anche) di spese militari. Tradotto: fra le prime cinque province (su oltre cento) in Italia tanto nell’export quanto nell’import secondo i dati (un po’ vecchiotti) del Lab Mim della Camera di commercio milanese.

Il compromesso d'acquisto firmato dalla diocesi e dalla famiglia Pucciarini è dunque qualcosa di più di una qualsiasi compravendita davanti a un notaio.

«Dietro c’è l’idea che possiamo far cambiare il corso della storia: si può prendere un luogo di guerra e farne una “fabbrica” di pace e solidarietà. Vale per i mattoni e vale per le persone». Parola del vescovo-architetto Simone Giusti, che ha in mente di “dirlo” in forma simbolica nel disegno del campanile («possibile che ora anche in Siria si ripeta il copione già visto contro l’Iraq? possibile che l’unica risposta che l’Occidente è in grado di dare sia un intervento bellico?»).

E i soldi per far camminare il sogno dell’ex luogo di guerra trasformato in arsenale di pace? Giusti dice che non sono un problema: «Ho avuto un colloquio con monsignor Giuseppe Russo, responsabile dell’edilizia di culto per la Conferenza episcopale: i fondi sono disponibili, da Roma stanno solo aspettando che si arrivi alla fase della licenza edilizia».

Già, c’è da aggiornare gli strumenti urbanistici perché ovviamente una cosa è una industria e ben altro è una chiesa. Ma il vescovo è fiducioso: «Ne ho parlato con il sindaco e con i responsabili degli uffici municipali».

Ma il presente è anche quello dell’utilizzo di questo edificio – in abbandono dalla prima metà dello scorso decennio – come un tetto che dia in qualche modo riparo a tanti senza casa. Con qualche problema, se è vero che in passato polizia e carabinieri sono intervenuti a più riprese: come quando nelle settimane dello shopping natalizio nell’ipermercato vicino, i militari dell’Arma hanno fatto irruzione nei capannoni dell’ex fabbrica per aiutare un maghrebino ferito a coltellate.

Il passaggio dall’ex fabbrica alla (futura) chiesa dovrà vedersela anche con il contraccolpo relativo a questa frontiera calda del disagio sociale. Non è un caso che la diocesi abbia messo in calendario un investimento in strutture e energie di volontariato proprio nelle periferie. Per dirne una: in via Donnini, anche grazie ai fondi della Fondazione Cassa risparmi, è ai primi passi il cantiere per trasformare in un polo Caritas il centro assistenziale intitolato a monsignor Piccioni. Per dirne un’altra: in via delle Cateratte, in virtù della donazione di un imprenditore, è stato ristrutturato il servizio docce per aiutare chi non ha alternative alla strada.

Adesso tocca alle nuove priferie: la nuova direttrice di espansione della città. Basta guardarsi intorno per accorgersi che, in nome del “mantra” della concentrazione delle funzioni, avremo rioni-dormitorio a vita sociale zero e sui marciapiedi il deserto. Dev’essere per questo che la diocesi ha premuto sull’acceleratore per dare a quest’angolo di (nuova) città una parrocchia, foss’anche confinata in un capannone industriale, com’è adesso.

C’è dietro un’idea che il vescovo Giusti ha messo nel piatto quando non erano passati sei mesi da quando papa Benedetto XVI l’aveva spedito a Livorno: alla Chiesa mancano i quadri di base (cioè i preti) che ne innervano l’organizzazione capillare strada per strada, e il monsignore-architetto aveva preso a riorganizzare l’insediamento della rete delle parrocchie esattamente a partire da qui. Ne era nata la super-parrocchia dei Tre Arcangeli che, coordinata da un sacerdote di valore come don Raffaello Schiavone, abbraccia un territorio sterminato che va dall’antica pieve di Salviano fino a Collinaia passando per Leccia e Scopaia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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