Gioco
Ex Ginori, eutanasia di una fabbrica E ora occhio al business sulle aree
Lunghissima agonia di uno stabilimento nato un secolo fa (e gestito in coop per oltre vent’anni) La sala prove era un fiore all’occhiello ma la smontarono e la spedirono negli Stati Uniti
LIVORNO. Il traguardo del centenario è lì a portata di mano: eppure, a meno che non salti fuori un cavaliere bianco a salvare tutto e tutti, la fabbrica di isolatori di via Filzi spegnerà l'attività manifatturiera prima di spegnere le 100 candeline sulla torta di compleanno. Quasi un simbolo di come l'industria ha contrassegnato il Novecento nella nostra città e ora si è ridotta a contare non più del 18% del “Pil” targato Livorno.
COL NOME DI 40 ANNI FA
Per tutti è rimasta l'ex Ginori, anche se il nome non è più quello da quarant'anni: dipende dal fatto che con quella denominazione è stata al centro della battaglia che all'inizio degli anni ’80 salvò lo stabilimento trasformando in cooperativa. Ma è anche quel che l'ha congelata in un passato lontano, quasi mitologico: e ora ha annunciato la chiusura della fabbrica senza che in città vi fossero particolari scossoni. L’azienda l’ha fatto all'inizio di marzo in un faccia a faccia con l'assessore regionale Gianfranco Simoncini: ha semplicemente annunciato che non ce la fa più a continuare la produzione «a causa di costi elevati, forte concorrenza e calo dei volumi del mercato».
Bisognerebbe ricominciare la giaculatoria sui misteri dolorosi della politica industriale che non c’è più: i sindacalisti raccontano puntano il dito contro Terna, la società che gestisce le grandi reti infrastrutturali dell’elettricità («ha messo in frigo gli ordinativi e questo è stato un brutto colpo»).
RESTA SOLO IL COMMERCIALE
Eppure non è vero che il mercato degli isolatori è sparito, – aggiungono poi dal quartier generale del sindacato – visto che l’azienda si è trasformata in una realtà che in effetti non è rimasto altro se non un piccolissimo ufficio commerciale di 3-4 addetti che vende con un marchio doc i prodotti che trova più conveniente realizzare altrove. La solita storia dell’industria occidentale che sposta le produzioni chissà dove all’altro capo del mappamondo? Anche, eppure in Europa qualche presenza industriale in questo campo c’è ancora.
La globalizzazione però deve averci messo lo zampino: soprattutto dal versante della proprietà. L’impresa che ha rilevato sei anni fa la cooperativa sempre più in affanno, la Coelme di Santa Maria di Sala (Venezia), è stata in tandem con la francese Egic nella multinazionale transalpina Schneider Electric e ora in quella statunitense di Southern States, quartier generale a Hampton, un paesino della Georgia poco più grande di Bibbona.
Potrebbe essere la solita telenovela del Paese (e della città) che si deindustrializza: ma forse stavolta, proprio per la particolarità del caso, potrebbe valere la pena di non guardare solo l’epilogo. Questa lunghissima agonia che anche nella ricostruzione dei rappresentanti sindacali ha come inizio lo smantellamento della sala- prove high tech. A dar credito alle informazioni raccolte, all’inizio quest’apparecchiatura d’avanguardia era decantata come un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza, poi all’improvviso viene smontata e, a quanto è dato sapere, le attrezzature sono state spedite negli Stati Uniti. Altro che la speranza di allargare la gamma dei prodotti mettendosi a sfornare anche sezionatori, come era balenato in un primo momento...
IN CASSA INTEGRAZIONE
Eutanasia di una fabbrica a suon di cassa integrazione: prima ordinaria, poi straordinaria con esplicita ammissione che si va verso la chiusura. «Per trovare una soluzione c’è tempo fino al marzo del prossimo anno, poi non resterà altra prospettiva che la mobilità», dice amaro Paolo Piendibene (Rsu) dopo l’incontro di ieri.
Guardando all’indietro, salta agli occhi che la fine è quasi un tornare agli inizi: ora si chiama “Cil” (cioè “Ceramic insulators Livorno”) che sembra quel “Fil” del debutto (che era la sigla di “Fabbrica isolatori Livorno”). E se veneto (ma in realtà un gigante americano) è il proprietario che ne chiude l’attività, in buona parte veneto (anche in quel caso con colossi industriali come la Sade) era l’azionariato che crea lo stabilimento il 30 marzo 1917 con 2,2 milioni di vecchie lire di capitale (la Fiat ne aveva solo otto volte di più). Da raddoppiare nel giro di tre anni e “mangiandosi” nel giro di un decennio la Ceramica Lombarda che era più grande di lei.
Il nome Ginori gli si stamperà addosso con l’arrivo della seconda guerra mondiale. Fino alla fusione con Pozzi a metà anni ’70 per dar vita alle Ceramiche Industriali , che poco dopo vuol chiudere lo stabilimento. Salvato dalla trasformazione in coop, che però non riesce a uscire dal tunnel della bassa capitalizzazione neanche mettendo in circolazione una parte dello sterminato patrimonio di aree fra via Filzi e ponte Genova.
LE AREE NEL PIATTO
Già, perché la storia della fabbrica non è solo la storia dei prodotti ma anche quella di persone e di luoghi.
Di persone, nel senso di lavoratori: quasi 300 in anni che ormai sanno di preistoria, poi 130-140 nella fase coop fino a ridursi a 60 al momento dell’acquisto da parte di Coelme e ora a una trentina. E, con la fine del Cantiere e i guai sulle banchine, sembrano segnare l’impasse degli esempi più importanti del modello autogestionario delle coop che pure ha così fortemente caratterizzato l’economia del nostro territorio.
Ma è storia anche di luoghi, nel senso di aree: dieci anni fa erano ancora oltre 10 ettari, quasi la metà dei quali coperti, ai margini di una Shangai che non c’era ancora quando è nato lo stabilimento.
Non è una novità che spunti una fungaia di piccole e medie imprese sulle grandi superfici lasciate da vecchie fabbriche che muoiono o si rattrappiscono. È accaduto all’ex Borma e all’ex Cmf, dove gli addetti si sono moltiplicati per cinque o per sei. Era accaduto anche all’ex Ginori: ma la chiusura del magazzino di Desio & Robè, che ne aveva occupato un capannone, è la prova che la rinascita non è garantita. E adesso, con il piano regolatore in fase di decollo, inutile dire che quegli spazi così a ridosso del porto sono sotto i riflettori: la rendita fondiaria è lì che fiuta il business.
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