Il Tirreno

Livorno

La presentazione il 7 maggio alla Feltrinelli

di Cristiana Grasso
La presentazione il 7 maggio alla Feltrinelli

LIVORNO. Se questo libro fosse un cartone animato la scena più bella sarebbe quella delle «infradito che cominciano a scalpitare da sole davanti alla porta già da aprile», richiamando ogni livornese...

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LIVORNO. Se questo libro fosse un cartone animato la scena più bella sarebbe quella delle «infradito che cominciano a scalpitare da sole davanti alla porta già da aprile», richiamando ogni livornese al suo dovere primario, spalmarsi sul mare in quello stato di sospensione e appagamento che da generazioni, e sempre con più prepotenza, paralizza progetti per il futuro, curiosità per altri luoghi e inchioda allo scoglio. Di quel lungomare chiamato “lungomai” per dare il senso dell’irrisolutezza.

Ma “Sul Lungomai di Livorno” che esce il 2 maggio per la collana Contromano di Laterza, Simone Lenzi, scrittore e musicista, ma anche ex operaio ed ex portiere di notte, poliglotta e appassionato di lingue antiche e di filosofia, non è uno spensierato cartone animato bensì un viaggio ironico e letterario, vissuto e addolorato, tra le labroniche debolezze, sudditanza alle infradito compresa. Un libro «che cerca di tradurre Livorno ai non livornesi» spiega lui: un po’ come molti degli altri titoli della collana “Con- tromano” anche questa è una specie di guida “antropologi- ca”, una Lonely Planet romanzata, filosofica e anche storica e politica. A volte cattiva, ma per troppo amore. Un viaggio in questa città «che ride di tutto ma in realtà è una tragedia», pieno di storie, ricordi, passione e impietosi j’accuse.

È un livornese puro Simone Lenzi, uno che comunque alla fine non se ne è andato, ma un guizzo, un colpo di reni, lo ha strappato alla categoria di quelli che lui chiama “gli sprecati” «di cui Livorno è piena». Così, dopo vent’anni di militanza nella band dei Virginiana Miller ma anche dopo tanti lavori che poco o niente avevano a che fare con il suo talento, la scrittura, Lenzi ha fatto il salto. Il suo primo romanzo “La Generazione” pubblicato da dalai ha venduto diecimila copie, Virzì ne ha tratto il film “Tutti i santi giorni” e lui, pur continuando ad abitare a Livorno, ha spezzato quelle catene che legano allo scoglio e schiacciano ogni velleità in una visione della vita Livorno-centrica e autoreferenziale che regala l’illusione di non aver bisogno del mondo, il mondo che sta fuori.

Qual è stata la molla che nella sua vita ha rotto l’incantesimo cattivo dell’immobilismo labronico?

«Tre anni di lavoro come portiere di notte. Ho toccato il fondo, ho capito che c’era una cosa che sapevo fare, scrivere, e su quella dovevo scommettere. Quello che frenava me e frena tanti livornesi , che ingabbia i talenti e le energie, è la paura del fallimento. Ma è meglio provare e fallire che non mettersi mai in gioco perché questo davvero è un grande spreco».

Da cosa è partito per raccontare la città?

«Sono partito dai miei tre traslochi e dai tre quartieri dove ho abitato: Stazione, piazza Magenta e viale Italia. La mia storia però sfuma dentro altre storie, da quelle del pusher e di tutti gli altri frequentatori di piazza Magenta e del suo recinto dei cani dove portavo il mio cane Gus a quella dello zio di Sandrino che non si è mai mosso dal quartiere Stazione... Tante facce e tante voci che ho voluto raccontare con lo sguardo di qualcuno che viene da fuori e s’imbatte in questo popolo apparentemente così spaccone e fiero ma in realtà spaventato da quello che sta fuori».

Fattori genetici o responsabilità politiche fanno sì che i nostri concittadini trascorrano tutta la vita “sospesi” su quello che lei chiama il Lungomai, sempre su quel mare che diventa alibi per non cambiare niente, arroccati in un autocompiacimento che sa di autoinganno?

«L’immobilismo di questa città viene da lontano, c’è sempre stata un’imprenditoria che non ha creato niente, non ha investito ma cercato di far fruttare quel che già aveva. E ci sono gli errori dell’amministrazione, investimenti sbagliati, a partire da quei pochi soldi che ci sono a disposizione per la cultura e che vengono spesi male, senza una promozione della città. Che cade a pezzi e sta toccando il fondo, speriamo che da quel fondo riesca a ripartire, arrestare il declino con uno scatto d’orgoglio. Altrimenti non so cosa potrà accadere, senza gli stipendi e le pensioni Livorno sarà sempre più povera, magari si spopolerà. E tutte le belle energie che abbiamo andranno perdute per sempre».

@crigrasso

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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