Gioco
I segreti del premier pisano a tavola con amici livornesi
In un ristorante della zona di piazza XX Settembre l’incontro di Enrico Letta con gli ex Mannelli e Cecio più Scatena e Tognocchi prima delle elezioni
LIVORNO. La prima cosa che ti raccontano è che era san Davide, l'onomastico di uno di loro: brezzetta diaccia di dicembre ma niente pioggia e già questo mette di buon umore. A quel tavolo del ristorante "In Vernice" in via Sproni sono seduti in cinque: anzi, in quattro perché uno è in piedi a decantare quella bottiglia di passito.
Il sommelier è Davide Cecio, davanti ha il suo "fratello" maggiore, Lorenzo Mannelli, accanto c’è Pierpaolo Tognocchi, consigliere regionale, e c’è Maurizio Scatena, ex leader provinciale della Margherita ora segretario Pd a Colle.
Ma gli occhi di tutti sono per il quinto commensale: Enrico Letta. Non è ancora il premier sul quale, in mezzo al caos suicida del Pd nel risiko per il Quirinale, si sarebbe posata la durlindana del ri-presidente Napolitano, ma è dal 2009 il numero due del Pd nazionale.
IL PONCE AL PISANO
Nel locale c'è chi lo riconosce: qualche battutina sul blitz livornese del politico pisano che voleva mettere Livorno sotto Pisa capoluogo, poi finita nell'armistizio di fronte a un ponce alla livornese. Non c'è codazzo di portaborse e tirapiedi. Del resto, Letta è un tipo che fa del basso profilo il vizio e la virtù: adesso eccoli tutti lì a meravigliarsi che al Quirinale, anziché in auto blu, si sia presentato al volante della monovolume aziendale della moglie (con i seggiolini baby dei figli e, furbatina, il "pass" di lei per il centro). Non si rammentano che, anni fa, quand’era il più giovane ministro della nostra storia recente, faceva imbestialire la security perché arrivava in ufficio in sella alla vespa come fosse ancora universitario.
Tutti appartengono, premier compreso, a quella generazione fra i 40 e i 50 anni: ragazzi senza esser più ragazzi. E con rapporti personali di amicizia a filo doppio costruiti quand'erano, appunto, poco più che studenti. A cominciare da Mannelli e Cecio: l'uno volato più di dieci anni fa nella tecnostruttura di Bruxelles (e ora legal advisor della "squadra" del presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz); l'altro esperto di vini superstar, dopo che l'ascesa politica gliel’ha impallinata il ciclone giudiziario su Salviano 2 (dal quale è uscito indenne ma dopo otto anni). Compagni di vita prima ancora che di politica: da ragazzi ai Salesiani con "don" Vincenzo, poi nella Margherita (ne saranno l'uno dopo l'altro leader provinciale), infine in consiglio comunale (della cui presidenza si passeranno il testimone).
«AMICI, NON CONGIURATI»
«Non è mica la prima volta che ci vediamo», precisa uno dei cinque. Ma tenendo a sgombrare il campo da fumisterie complottarde: «Di solito quando Enrico fa un break e va a Pisa dai suoi genitori, magari con moglie e figli, ci ritroviamo un po’ tutti lì. Quando capita, tutte le volte che capita».
Comunque, oggi, di fronte al taccuino del cronista, i protagonisti di quel pranzo ce la mettono tutta per accreditare che «non era altro se non una rimpatriata fra vecchi amici».
Curioso però che quella cena in una saletta riservata vada in scena a pochi giorni di distanza da un pranzo al ristorante Conti a Montenero: anche quello definito «solo un incontro con gli amici di un tempo». A tavola, a quel che si sa, ancora Mannelli e Cecio, più Angelo Mancusi e un po' di ex margheritini ma anche l'ex assessore Pdci Simone Bartoli e l'ex vicesindaco socialista, ora numero due del Grande Oriente, Massimo Bianchi (era stato però un dc della vecchia guardia come Piero Bacci ad aver organizzato tutto). Se mettiamo nel conto che a Bruxelles, secondo quanto risulta al Tirreno, Mannelli era stato contattato in precedenza anche da un altro big come l'ex presidentissimo dell'Authority, Nereo Marcucci…
IL TOTO-CANDIDATO
Marcucci l'ha ripetuto che la voglia di salire sul ring della politica è distante da lui più dell'equatore, idem Mannelli. Inutile ricordare però che qui da noi il voto per il sindaco è in dirittura d'arrivo e s'intravedono le grandi manovre per la pole position, per emergere nel toto-candidato, per costruire alleanze e contro alleanze, per inventarsi liste civiche. Soprattutto dopo l'exploit grillino e il flop Pd. Quanto basta per autorizzare l'interrogativo: davvero è una cena innocente o si sente odor di poltronucce?
«Corsa alle poltrone, la mia? Dico chiaro e tondo che l'unica che mi interessa è quella del dicastero delle Vigne»: Cecio prova a cavarsela con una battuta, ripescando un post sul suo profilo Facebook, che al 25 aprile mette un link al video di “Bella Ciao” firmata Modena City Ramblers rossi che più rossi non si può («a proposito: accetterei anche la gestione della cantina dei rossi a Palazzo Chigi»). In effetti, quel giorno di dicembre è stato lui, come al solito, a squadernare di fronte all'amico Enrico una serie di vini: “Arnione”, un bolgherese di Campo alla Sughera, poi un'accoppiata dal cuore francese («un Riesling alsaziano e un Pinot nero della Borgogna»), infine un passito siciliano.
Cosa c'era invece nel menu dei discorsi? «Niente che non sia catalogabile alla voce chiacchiere in amicizia», dice uno dei commensali. E un altro rincara: «Enrico è milanista sfegatato e io interista, ci siamo presi un po' in giro». Difficile bersela: il campionato era nel lunghissimo riposo natalizio e nel round precedente l'Inter se l'era cavata a stento in casa con il Genoa e il Milan era stata strapazzata dalla Roma.
IL LIBRO IN REGALO
Più facile immaginare che ci sia stato uno scambio di regali («a Enrico ho regalato il manifesto europeista scritto dal guru ecologista Daniel Cohn Bendit insieme al leader liberaldemocratico belga Guy Verhofstadt», ammette Mannelli). Ma alla fin fine, impossibile negarlo, tutti i salmi sono finiti in politica: il fiscal compact che sarebbe entrato in vigore di lì a poco, il premier Monti che stava per scegliere se candidarsi.
Ancora più facile ruzzolare giù per li rami: fino alle primarie Pd per selezionare i candidati in vista delle elezioni. Da un lato: Renzi sconfitto da Bersani ma balzato d'un colpo da sindaco di Firenze a opzione 2 del Pd («Enrico è sempre stato leale con Bersani e viceversa, ma senza mai essere aggressivo verso Matteo: quel settarismo non fa parte né del suo stile né della sua strategia, e ora eccoli tutti a correr dietro a Renzi…», segnala Mannelli). Dall'altro: le primarie locali («mi hanno lasciato di stucco, a Livorno sì ma direi una bugia se fingessi di non aver visto quanto disastro pure in tante altre città»).
Poi stop? «Non dico altro», dice l'ex dirigente margheritino. «Mi appassiona di più capire cosa si muove in Europa», aggiunge Mannelli ostentando un distacco che forse non c'è. «Enrico – sottolinea – è lì per farcela e non lo dico pensando soltanto che è un amico». Lo dice perché Letta junior sta nelle "think tank" dei leader europei e atlantici, fra Aspen e Trilateral, fra Davos e Cernobbio passando dalla Bologna di suo "padre" Andreatta e di suo "zio" Prodi: «Con gli inglesi che non ci stanno e i tedeschi paralizzati fino a fine estate dalla campagna elettorale, la Francia di Hollande e leader europeisti come Schultz guardano a Letta come a un possibile alleato per raddrizzare la barra della sola austerity-autogol».
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