Gioco
«A Roma un disastro e ora anche a Livorno stiamo rischiando»
Il senatore Filippi racconta il naufragio romano del Pd «Con Letta e Napolitano l’extra time per riparare al danno»
LIVORNO. Senatore Marco Filippi, l'avete combinata grossa a Roma voi democratici …
«È stato compiuto un disastro, non c'è altro modo per definirlo».
Lei come ha votato?
«Non ho votato Marini, ho votato Prodi. Ma non in modo convinto».
Perché?
«Perché non si può passare da una strategia di accordo con il nemico a una proposta che sa di guerra civile. L’ho votato per stima e perché ero consapevole che nel momento in cui Calderoli aveva convinto il Pdl a uscire dall'aula, il M5S si era stretto intorno a Rodotà e scelta Civica aveva invitato a convergere sulla Cancellieri, saremmo stati nudi nel segreto dell'urna di fronte al Paese. Non votare Prodi sarebbe stato idiota e inutile: perché tanto non sarebbe passato e perché tutto si sarebbe trasformato in un attacco a Bersani».
Come poi è stato. Di chi sono le responsabilità?
«Il Pd ha mostrato limiti di strategia in un quadro inedito. La responsabilità è di chi guida: segretario e dirigenti. Non sono stati in grado di reagire a livello tattico e di rappresentazione. La sofferenza più grande è stata vedere 450, tra parlamentari e grandi elettori, prigionieri di loro stessi, convocati sempre all'ultimo minuto».
E i 101 franchi tiratori?
«C'è un po' di tutto, non mi faccia dire altro. Il momento più difficile è stata l'assemblea convocata dopo Prodi, dove siamo stati accusati di essere traditori. Posso capire lo sfogo del leader, ma non ho accettato che si sia dimesso a microfoni aperti e che se ne sia andato dall'assemblea lasciandoci in tempesta. Era giusto che si dimettesse, con un'altra forma».
A Livorno il Pd ha promosso una raccolta firme perché Bersani restasse al suo posto fino al congresso: che dice?
«Che non l'ho condivisa. Quando lo scenario è questo e i rapporti sono lacerati, bisogna dimettersi».
Lei che nome avrebbe proposto come capo dello Stato?
«Mi limito a dire che il criterio poteva essere quello di proporre una rosa ai gruppi parlamentari e su quella scegliere. Oppure una donna».
Sono mesi che nel Paese arrivano richieste di cambiamento. Poi avete proposto Marini e rieletto Napolitano.
«E menomale...».
Ma la gente si aspettava altro.
«È vero, gli anziani sono arrabbiati, tra i giovani sento un'effettiva distanza. Napolitano è l'ultimo extra time da giocare, senza possibilità di appello. È un uomo che aveva già dato tutto e chiesto di trovare soluzioni alternative. Si è messo a disposizione facendo un grande sforzo: non esiterà a trarre le dovute conseguenze se le mosse urgenti chieste alla politica non troveranno risposta. Non sarà una prova di riscatto, ma l'ultimo atto possibile di riparazione al danno che la politica ha prodotto».
Mi tolga una curiosità: perché tutti quegli applausi durante il discorso alle Camere? Vi siete accorti che il presidente ve le stava cantando?
«A volte la vergogna ha bisogno di trovare una rappresentazione. C'era correità negli applausi, non auto assoluzione».
Ora cosa accadrà?
«In questo extra time spero ci sia un senso di misura nei condizionamenti, inevitabili, che verranno dal Pdl. Spero, insomma, che non ci siano proposte irricevibili, come la Gelmini ministro. Sono sicuro che Letta e Napolitano rappresentino una garanzia in questo senso. Non mi aspetto un governo a tutti i costi, ma uno che faccia le riforme: legge elettorale, dimezzamento dei parlamentari, abolizione delle provincie. Poi risorse per la cassa integrazione, esodati, incentivi alle imprese, sburocratizzazione».
Il Pd soffre il mal di spifferi? Il guaio sono le correnti?
«Il primo problema è recuperare un rapporto stabile con i propri elettori. La non preferenza, in questo senso, è stata una pietra tombale».
Anche lei è arrivato a Roma con questa legge elettorale.
«Io non sono arrivato con la piena, ero segretario del partito a Livorno, sapevo a chi dovevo rispondere. E comunque sono stato felice di passare dalle primarie. L'altro problema del Pd è il ceto politico: paghiamo la fusione a freddo di due gruppi dirigenti. I nodi sono al pettine».
Il Pd sopravviverà?
«Bella domanda. Intanto serve un congresso per definire le regole su cui fondare la comune convivenza. Sarebbe un errore pensare di aggrapparsi a personalità di spicco. Riscopriamo il senso di stare insieme. C'è una bella frase di Bersani: "Non si può pensare di stare bene se chi ti sta accanto sta male". Questa è la politica da cui ripartire».
Ok, ma un leader dovrete trovarlo. Renzi?
«È un talento, è giovane e brillante. È un leader, ma non è garanzia di un gruppo dirigente diffuso. Ha una squadra, che però lavora per lui. Questo per me è un modello vecchio».
Ammesso che abbia ragione, il voto ha premiato due partiti con leader forti: Berlusconi e Grillo. Avete fatto un mantra delle primarie, poi …
«Siamo stati l'unico vero esempio di democrazia partecipativa, che è difficile da gestire. Forse si è fatto una sbornia di primarie: sono uno strumento utile per decidere le cariche monocratiche, non le ho comprese, pur rispettandole, per definire i gruppi dirigenti. Non può venire meno la capacità di selezionare del partito: le primarie non assolvano dalla responsabilità di scegliere».
Cosa pensa del dibattito che si è scatenato a Livorno?
«È un momento delicato, ancora di più qui dove la presenza del partito è storica e significativa. A un dirigente politico non è consentito cedere solo, e ripeto solo, al sentimento».
Si riferisce a De Filicaia?
«Mi riferisco a chi dice che non si devono fare accordi col Pdl e che bisogna tornare a votare. Andare alle urne significherebbe riconsegnare il Paese a chi lo ha distrutto. Ho apprezzato la volontà di Lippi di mettere in piedi iniziative per un dibattito polifonico, come quella di lunedì col governatore Rossi. Di questo c'è bisogno».
Tra un anno a Livorno si sceglie il sindaco: vi sentite a rischio Parma?
«I rischi ci sono, le politiche sono state un campanello di allarme e per la prima volta dovremo giocare con numeri più assottigliati. È importante che ci sia, da subito, un percorso aperto e condiviso per entrare in sintonia con la città. Mi aspetto un progetto non solo politico, ma una sintesi efficace, di cose realizzabili. Poi è chiaro che per scegliere il sindaco ci saranno le primarie».
E lei è dentro o fuori la corsa?
«Sono un parlamentare. Al momento mi ritengo fuori».
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