Gioco
Mascagni, un aiuto dalla Regione ma a rischio i soldi della Provincia
LIVORNO. Giulio Cesare Ricci, presidente dell’Istituto musicale Mascagni, non è tipo che ama luoghi comuni e frasi fatte: dunque, scansa come la peste l’idea di ripetere che l’”università della...
LIVORNO. Giulio Cesare Ricci, presidente dell’Istituto musicale Mascagni, non è tipo che ama luoghi comuni e frasi fatte: dunque, scansa come la peste l’idea di ripetere che l’”università della musica” è «a un bivio». Però la situazione è questa, anzi un po’ di più: da un lato, potrebbe essere dietro l’angolo la soluzione (almeno parziale) dei problemi relativi alla dotazione di fondi; dall’altro, sulla stessa identica questione c’è il rischio che i guai si avvitino in una spirale che metterebbe presto a rischio la sopravvivenza stessa dell’istituto.
Perché il pericolo del ko? Se negli anni scorsi si era passati da un allarme all’altro per i contraccolpi dei tagli alla finanza pubblica locale, ecco che stavolta il Comune – proprietario del Mascagni a metà con la Provincia – ha tenuto botta e ha assicurato la propria quota. Ricci avverte: «Il problema è che non si sa quale sarà il futuro delle Province. Ma da Palazzo Granducale dipende metà del nostro bilancio: se spariscono le Province, chi paga i servizi che hanno in mano? possibile che nessuno se lo chieda?». È un interrogativo che galleggia nel dibattito politico di un Paese che, figuriamoci, fa fatica a darsi un governo: ma non potrà restare a bagnomaria all’infinito, «i bilanci vanno “costruiti” nei prossimi giorni, le scadenze bussano alle porte», dice il presidente del Mascagni.
Intanto però qualcosa si muove nella battaglia per farsi riconoscere i finanziamenti statali. «Sono statali i programmi, i piani di studio, i diplomi e sono di nomina ministeriale i dicenti e i dirigenti – scandisce Ricci – ma sono 13 anni che attendiamo la completa attuazione di una riforma rimasta a metà: la metà che manca sono i finanziamenti statali». In realtà, erano arrivati in forma provvisoria dal governo Prodi, poi il governo Berlusconi «li ha prima azzerati e poi cancellati del tutto dai conti dello Stato».
Qualcosa si muove: anche perc hé la vicepresidente della Regione, Stella Targetti (che ha la delega alla cultura), ha messo in campo un «forte impegno» per risolvere il problema: sia aprendo i cordoni della borsa delle finanze regionali (per passare il guado di un 2013 particolarmente difficile) sia nel proprio ruolo di guida del fronte Regioni nel dialogo con lo Stato in commissione istruzione.
Già, perché non è solo una battaglia di Livorno: è in gioco il destino di una ventina di istituti similari in tutta Italia, che gravano sulle spalle degli enti locali. Con contraccolpi particolarmente pesanti in Toscana, dove quasi tutta l’istruzione musicale di livello universitario è a un passo dal ko, visto che c’è un solo conservatorio e il resto è rappresentato – a Livorno con il Mascagni, a Siena con il Franci e a Lucca con il Boccherini – da realtà che rischiano di sparire. È un caso unico in Italia: nel resto del Bel Paese la statizzazione dei vari istituti era stata fatta fino alla metà degli anni ’90 sulla base di sponsor e clientele territoriali e altrove, a suon di ripetuti colpi di bacchetta magica, la rete degli istituti musicali era stata trasformata in conservatori statali.
Livorno è diventata la capofila di questa battaglia in campo nazionale: a Ricci è stata affidata la guida della battaglia dellos chieramento dei venti istituti spingendo alla mobilitazione parlamentare; all’assessore livornese Tredici è stato dato il compito di esprimere la posizione dell’Anci (l’associazione dei Comuni) che nell’audizione alla Camera hanno espresso una linea comune agli enti locali di qualunque colore fossero.
Tutto questo lavoro di pressione politica ha portato, come ultimo atto della precedente legislatura, a un ordine del giorno varato all’unanimità nella settima commissione di Montecitorio per far proseguire la statizzazione che, rimanendo a metà strada, sta strangolando tanti istituti. «È da lì – aggiunge Ricci – che si riparte: e vogliamo ripartire subito perché non c’è un giorno da perdere. Sia chiaro, stiamo parlando tutti insieme di 4 milioni di euro: per il bilancio dello Stato non è neanche mezza goccia, per tutti noi istituti musicali è la sopravvivenza».
Il presidente del Mascagni non ci sta a vedere la politica che tiene le orecchie chiuse. «Se non ascolteranno le nostre parole, faremo sentir loro la musica dei nostri ragazzi: li porteremo a suonare a Roma davanti ai Palazzi del Potere».
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