Gioco
Le suggestioni toscane del Montellori Brut
Nei vigneti sul Montalbano nasce una perla del made in Italy: metodo classico senza l’aggiunta della “liqueur”
Il capostipite degli spumanti toscani deriva da un vigneto a pergola trentina, un quadrilatero di poco più di un ettaro circondato da cespugli di more e da un bosco di castagni. Il giallo delle ginestre è come un contrappunto al contorno di questo campo dove, di giorno, i fiori ricordano tanti lumini accesi sulle pareti verdi di piante, arbusti e fogliame. La notte no, quando non c’è più il sole, ad accendersi sono i lumicini a valle, quelli che punteggiano le case e le strade di Pistoia e di Prato. Le suggestioni cromatiche del “Montellori brut pas dosé” sono più tenui di quelle offerte dalle ginestre e dalle lampadine che si perdono a vista d’occhio, ma più tangibili e trasparenti. Nel bicchiere rifulgono le tonalità dorate, ancor più fascinose per il perlage fine e persistente. A concepirlo fu Giuseppe Nieri, che nel 1982 iniziò i lavori di scasso su quel terreno ciottoloso a Cecina di Larciano, sul Montalbano. La passione per i bianchi e gli champagne era autentica e già alla fine degli anni ’70 iniziò a fare esperimenti nei terreni di Cerreto Guidi. Ma la scarsa altitudine si tradusse in risultati insoddisfacenti. Il figlio Alessandro, che ha preso in mano le redini dell’azienda Montellori di Fucecchio, racconta perché: «Quando i mosti avevano 10,5-11 gradi alcolici, misuravano 7 di acidità». Fuor di linguaggio tecnico, in bottiglia finiva uno spumante carente quanto a struttura e longevità.
Per questo la produzione fu spostata sul Montalbano, a cinquecento metri d’altezza, dove fu impiantato un vigneto di chardonnay in previsione di un “Blanc de blancs” che fosse “Pas dosé”, ovvero uno spumante fatto con metodo classico millesimato senza l’aggiunta della “liqueur de expedition”, miscela di vino, zucchero e cognac. Francesismi, d’accordo, ma se si parla di bollicine è impossibile italianizzare ogni cosa. In un lessico rigorosamente nostrale, va aggiunto che l’impianto sul Montalbano ha cambiato il destino dello spumante Montellori, il quale finisce nel bicchiere (possibilmente ampio e grande) come scaturisce dall’uva, naturalmente dopo l’affinamento di quasi quattro anni, sboccatura (o “degorgement”) compresa: «Perché con il “Pas dosé” il re è nudo - prosegue il gioviale Alessandro Nieri -. Senza l’aggiunta della “liqueur”, il difetto d’origine non si maschera. Smettemmo d’usarla a partire dalla vendemmia dell’anno duemila: visti i 36 mesi di maturazione sulle fecce, non ce n’è davvero bisogno».
Quella delle bollicine è stata una percezione. A fine anni ’70, nel pieno di una crisi a cui l’attuale assomiglia sempre di più se ad essa vien sottratta la funesta variante del terrorismo, pochi pensavano al vino di qualità e ancora meno orientavano i propri gusti agli spumanti. Nel caso in cui se ne fosse stappato uno, era da dessert. E d’altra parte la nostra cultura eno-gastronomica doveva ancora avviare la fase evolutiva, con il Chianti che sostava tipico nelle bottiglie impagliate, lo scandalo del metanolo che neppure s’intravedeva e con un approccio al vino che ancora era alimentare e non edonistico. Nessuno, insomma, pensava che nel 2012 l’export di spumante avrebbe toccato il valore di 624 milioni di euro, finendo per trainare il Made in Italy nel mondo e segnando addirittura un +33% in Francia, che quanto a vini in genere e a bollicine in particolare, giustamente si vanta di avere insegnato a tutti. Nessuno poteva prevederlo, nemmeno si può dire che sia stata una folgorazione. Però l’intuito c’entra: «Abbiamo fatto sempre di testa nostra - spiega ancora Alessandro Nieri -. Le esperienze altrui sono importanti, ma non vanno acquisite passivamente, come dimostra la decisione di non usare la “liqueur”. Beninteso, sono consapevole che il mio non sia il miglior champagne del mondo, altrimenti sarei un pazzo. Però faccio del mio meglio». Nieri parla seduto all’ombra del bersò del giardino di casa, una bella villa di fine Ottocento dalla facciata lineare e raffinata, dove il frastuono del traffico arriva lontano, ovattato dalla barriera degli alberi. È anche in questo giardino all’italiana fiorito e ben curato, fresco e silenzioso, che Alessandro Nieri dà spazio all’altra sua passione, l’arte contemporanea, condivisa con la moglie Eva Perini. Creatività e stile sono legati a doppio filo all’alternarsi delle stagioni, con innovative opere d’arte che sbocciano o si addormentano. Ora, a fine aprile, fiorisce la composizione bulbacea di Marco Bagnoli, consistente in un solco lungo sessanta metri di tulipani allineati verso il cancello che dà sulla strada. C’è poi attesa per l’imminente risveglio stagionale dell’opera di Stefano Arienti, un’aiuola disegnata a forma di mano, che si rianimerà quando dal terreno spunteranno migliaia di ciclamini. La panca circolare di Luca Vitone, con al centro seicento bulbi di zafferano, al momento è dormiente: si riavrà in autunno, con la pianta iridacea piena del suo violaceo splendore.
E d’altra parte sono proprio i ritmi della Natura a dare il tempo ai Nieri, che nel 1995 celebrarono il loro centesimo anniversario da famiglia vinattiera, sempre con gli occhi puntati sui quei quarantacinque ettari vitati da cui nascono le nove etichette che danno forma e sostanza alla produzione della fattoria Montellori. Ma visti i grandi numeri a cui il mondo del vino ci ha abituato, ciascuna di esse può esser definita come un. a nicchia, a partire dallo spumante “Pas dosé”: settemila o diecimila bottiglie a seconda dell’annata, un fedele pubblico di estimatori e acquirenti, un prezzo popolare, una solida presenza nelle carte dei più blasonati ristoranti toscani.
«E quando i risultati non sono quelli che ci aspettiamo - chiosa Alessandro Nieri -, non usciamo. Utilizziamo i mosti dello chardonnay di Cecina di Larciano per gli altri bianchi».
Questa è la storia di una grande passione, dove però la ragione non è cane in chiesa e anzi media, interpreta, spinge e consiglia. Il legame con il “Montellori brut pas dosé”, d’altra parte concepito dal babbo Giuseppe, è assimilabile a quello che si prova per un fratello. Cosa diversa è l’amore verso un figlio, s’intende enologicamente parlando, rosso come i seicento tulipani olandesi allineati nel giardino. Il suo nome è “Salamartano”, fatto di uvaggio bordolese, equilibrio ed eleganza. La guida dell’Espresso ne ha elogiato la qualità, classificandolo a un passo dall’eccellenza. «Il grande vino non è esagerato, ma è quello che in due finiscono la bottiglia...». Verissimo, dottor Nieri, ma per oggi può bastare,sennò una pagina non basta...
@amvalentini
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