Il Tirreno

Livorno

È qui il rebus dello sviluppo

di Mauro Zucchelli
È qui il rebus dello sviluppo

Livorno e Pisa dal litigio alla pace: ecco come e perché

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LIVORNO. Già lo Scolmatore divide l’idea di sviluppo che ha la sponda nord (pisana), tutta parco e turismo balneare, da quella che ha il lato sud (livornese) contrassegnato da container e petrolchimico. Ma è nel canaletto fra lo Scolmatore e la Darsena Toscana che le prospettive di crescita dei due territori o s’intrecciano o entrano in rotta di collisione: lì ci sono i 50 metri quadri delle “porte vinciane”, peraltro un Ufo per la quasi totalità dei livornesi e dei pisani, a cominciare dai politici che sdottorano su tutto.

Da un lato, le esigenze di Pisa: garantire ai cantieri degli yacht superchic lungo il Canale dei Navicelli una via d’acqua che faciliti l’arrivo dei panfili fino al mare (e non può essere lo Scolmatore perché alla foce è a profondità quasi zero e c’è di mezzo il ponte del Calambrone).

Dall’altro, i bisogni di Livorno: la priorità numero uno del porto è evitare l’afflusso di sabbie in Darsena Toscana perché, riducendo la profondità dei fondali, crea problemi di accesso alle grandi portacontainer. Indispensabili i dragaggi ma è appena agli inizi la Vasca-bis dove sversare i fanghi (e dunque, in sostanza, a meno di non portare le melme altrove, non resta che spianare le “gobbe” sui fondali). E dallo Scolmatore, attraverso le “porte vinciane” aperte entrano ogni anno 28mila metri cubi di melma, che alzano il fondale di 70 centimetri all’anno.

Salta ogni bon ton se c’è da farsi gli sgambetti. Come nel gennaio 2012: un blitz della delegazione pisana modifica in extremis il testo dell’intesa proprio sul punto chiave a (“porte vinciane” da normalmente chiuse a solitamente aperte), gli amministratori livornesi piantano una rogna kolossal e in Regione salta la firma al tavolo del governatore Rossi.

Ma salta anche ogni confine se, al contrario, c’è da costruire una intesa. Come nell’estate successiva: Livorno viene accontentata e le “porte” restano «normalmente chiuse» (salvo aprirle quando Pisa ha l’esigenza di far passare uno yacht). E per dare garanzia a Pisa del proprio buon diritto, ecco che per quanto le “porte” siano in territorio livornese, le chiavi le hanno in mano i pisani della Navicelli spa. E l’Authority livornese paga la ripulitura dei fondali per eliminare le sabbie che si accalcheranno fuori dalle “porte”e rischierebbero di ostacolarne la riapertura.

Ma negli ultimi 8-9 mesi tutto sembra essersi impantanato: con le “porte vinciane” rimaste aperte, nonostante tutti gli enti in campo mostrino volontà convergenti per tenerle «normalmente chiuse». Un tasto sul quale ha insistito, ad esempio, anche il sindacato: anche perché ormai sul ring dei problemi del porto non esiste soggetto che non metta l’insabbiamento al primo posto dei guai che lo azzoppano.

Colpa del fatto che ogniqualvolta si toccano fanghi dei fondali c’è da prevedere dove smaltirli: un intoppo che riguarda una infinità di zone in porto (compresi l’imboccatura del porto, il bacino di evoluzione, la Darsena Toscana).

Colpa del fatto che l’appalto – base d’asta 957 milioni di euro per il “monitoraggio e la movimentazione dei sedimenti nell’alveo del Canale dei Navicelli in prossimità delle porte vinciane” – è decollato nel novembre scorso con un provvedimento firmato dal presidente dell’Authority Giuliano Gallanti. In gennaio sono state invitate dieci ditte, il 20 marzo è stata messa nero su bianco l’aggiudicazione alla Sales.

C’è un post scriptum: fin qui abbiamo disegnato una geografia semplificata. In realtà, ci sono aziende livornesi che lavorano nella Darsena Pisana e collaborano con i cantieri livornesi di Azimut Benetti e ci sono imprese livornesi che, con propri investimenti si sono costruiti spazi lungo lo Scolmatore. È l’emblema di come Livorno e Pisa sono già un mix più di quanto noi stessi siamo disposti ad ammettere.

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