Il Tirreno

Livorno

Sorpresa: mai così in crisi ma mai così tanti soldi in banca

di Mauro Zucchelli
Sorpresa: mai così in crisi ma mai così tanti soldi in banca

Nei depositi degli istituti di credito della città ci sono quasi 2 miliardi di euro, l’8% in più del 2011 Esplode la diseguaglianza sociale fra chi affonda e chi no. L’iceberg dell’economia sommersa

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LIVORNO. Nell’anno orribile in cui la crisi morde ai polpacci le imprese e le famiglie, nell’anno disastroso in cui le vendite restano per il ventitreesimo trimestre consecutivo giù in picchiata, ecco la sorpresa: aumentano i quattrini nelle casseforti delle banche della nostra città. Anzi, per dirla tutta non ce ne sono mai stati tanti come adesso: 1.906,5 milioni di euro per quanto riguarda il territorio comunale livornese.

Sia chiaro, non è una stima o una congettura sulla base di valutazioni econometriche: i soldini li ha contati, un euro sull’altro, la Banca d’Italia.

Difficile non farsi cogliere dalla meraviglia: i segnali di crisi sono tali e tanti che nessuno si immaginerebbe di aver preso lucciole per lanterne, la realtà di una economia in affanno è sotto gli occhi di tutti.

La riprova è nel raddoppio delle ore autorizzate di cassa integrazione nei primi tre mesi dell’anno nella nostra provincia: siamo già ben al di sopra del milione di ore. E non stiamo parlando più solo di tute blu operaie: è sempre più frequente che la “cassa” – peraltro ormai agli sgoccioli per mancanza di fondi – riguardi anche settori (come il commercio) o ceti sociali (come gli impiegati) mai coinvolti prima.

Non basta: un altro (doppio) riscontro incrociato arriva dalla batosta sui consumi standard. È Livorno la provincia toscana che mostra la più drastica sforbiciata (meno 17,2% in un anno) alla spesa per nuovi beni: parola dell’Osservatorio Findomestic. Da aggiungere: mentre negli anni scorsi eravamo ai primi posti come le “cicale” spendaccione della Toscana, adesso risultiamo al penultimo posto in tutti i sotto-settori presi in esame: elettrodomestici, elettronica di consumo, mobili, informatica.

Eppure quella cifra-scandalo resta lì sotto gli occhi: a Capodanno i depositi in banca a Livorno città erano cresciuti di poco meno di 140 milioni di euro rispetto ad appena dodici mesi prima, quasi l’8% in più. Se è vero che l’incremento è avvenuto anche in altre città toscane, qui da noi il boom si è rivelato più del doppio dell’incremento nel resto della regione (nella Siena dello choc si nota un tonfo del 20% e a Lucca si precipita giù ai livelli pre-crisi perdendo in due anni mezzo miliardo di euro).

C’entra forse il rfimescolamento nella gestione dei risparmi: il “mattone” scoraggia perché si sta vedendo quanto sia difficile trasformarlo in moneta sonante in caso di necessità, la Borsa sull’ottovolante non attira più di tanto chi ha poca dimestichezza con Piazzaffari. Risultato: ecco i quattrini “parcheggiati” nei depositi bancari perché, salvo necessità inderogabili, c’è bisogno di mettere in cascina i quattrini e al tempo stesso averli disponibili pronta cassa in caso di emergenza. Non è forse a quest’iceberg di risparmio che hanno guardato le banche lanciando i conti deposito?

Ma, siccome ad esempio a Pisa e a Lucca le cose sono andate ben diversamente, forse c’è anche qualcos’altro. Soprattutto due cose: da un lato, è in gioco la crescente diseguaglianza sociale; dall’altro, sembra che una parte della ricchezza si inabissi nel sommerso.

L’allargarsi della diseguaglianza fra le classi sociali è sotto gli occhi di tutti. La troviamo perfino nella mappa ufficiale della ricchezza sotto gli occhi del fisco: dal 2006 al 2010, ultimo dato disponibile, la fascia dei più ricchi (con imponibile Irpef oltre i 100mila euro) nella nostra città è aumentata del 16% mentre si contano oltre 800 contribuenti in meno.

Quanto alla zona bigia dell’economia, basti dire che nei controlli degli ispettori del lavoro vengono pizzicate fuori regola due ditte ogni tre sotto esame. E non è storia di oggi: secondo un dossier di Istituto Tagliacarne e Unioncamere, nel 2008 si contavano nella nostra provincia oltre 11mila lavoratori irregolari. E quasi dieci anni fa l’osservatorio degli artigiani Cgia di Mestre mettevano nero su bianco l’indicazione che nella nostra provincia si poteva stimare che l’economia sommersa producesse 640 milioni di euro all’anno (facendo “sparire” 339 milioni di euro di gettito Irpef non pagato). Secondo tale indagine il lato nascosto dell’economia vale, nella nostra provincia, poco meno di un euro ogni dieci “ufficiali” (9,2%). Quanto basta a farci figurare in testa a questa galassia di lavoro nero nella metà d’Italia che sta a nord di Roma: solo per Aosta, Pesaro e Viterbo viene stimata una percentuale più alta. E pensare che una analoga “fotografia” targata Cgil aveva messo in preventivo addirittura una quota poco meno che doppia.

Ma guardando al lato oscuro dell’economia non si può dimenticare quanto salta fuori dal rapporto che Sos Impresa, nata dalla costola della Confesercenti, dedica ogni anno al fenomeno dell’usura. Lo fa con l’intelligenza di guardare ai “cravattari” non solo come un fenomeno criminale ma anche coma una questione che attecchisce là dove l’economia mostra segni di cedimento.

E noi livornesi, come siamo messi? Al secondo posto in Toscana nel “termometro” del rischio usura: alle spalle di Pistoia. Sarebbe sufficiente per destare allarme: non fosse altro perché da almeno dieci anni indicano questa vulnerabilità i report, compreso quello dell’università Bocconi per il ministero dell’interno negli scorsi anni. Stavolta ci salva un po’ la mancanza di criminalità organizzata radicata: è la vulnerabilità del sistema economico il nostro tallone d’Achille. Bisogna evitare che divcenti il “cavallo di Troia”...

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