Sicurezza
«Abbiamo sete di giustizia, non di vendetta»
I familiari delle vittime del Moby scrivono a Grasso: pronti a dare il nostro contributo alla commissione
LIVORNO. Hanno scritto al presidente del Senato, Pietro Grasso, i familiari delle vittime del Moby Prince riuniti nell’associazione “140”. Lo hanno fatto dopo che la seconda carica dello Stato ha annunciato la la nascita di una commissione di inchiesta per le stragi irrisolte.
«Abbiamo apprezzato dopo tanti anni di dolore, silenzi, omertà – si legge nella lettera – il tentativo di dare a questa drammatica vicenda finalmente delle risposte. Vogliamo solo questo, sapere perché. È una domanda che ci angoscia da quella terribile notte in cui quasi per caso abbiamo saputo che i nostri congiunti ci avevano lasciati, arsi sul luogo di lavoro, su un mezzo di trasporto».
«Ci siamo sempre domandati – continua la nota – perché quella legge uguale per tutti per noi fosse diversa. In una tragedia del lavoro dopo accurate indagini dove si ravvisano carenze, il primo a salire sul banco degli imputati sono il datore di lavoro, i dirigenti e i responsabili della sicurezza».
Loris Rispoli ripercorre a uno a uno i passaggi di quella tragica notte davanti al porto di Livorno, a caccia delle responsabilità. «Ci siamo chiesti con dolore perché hanno voluto cancellare i tempi di vita a bordo riducendoli a pochi minuti anche di fronte all'evidenza di contro perizie e di esami tossicologici che confermavano i tempi di lunga agonia. Ci siamo domandati quale ruolo attivo o passivo avessero avuto le cinque navi americane che riportavano le armi alla base di Camp Darby, e perché in presenza di ferree norme antiterrorismo applicate da parte degli Usa e della stessa base militare, si nega di essere in possesso di foto satellitari o altro materiale che chiarirebbe ciò che è accaduto quella notte».
«A noi – scrivono i familiari nella lunga lettera inviata al presidente del Senato – a distanza di 22 anni resta ancora la forza e la sete non di vendetta ma di giustizia, il desiderio incancellabile di capire cosa e chi ha provocato la morte atroce dei nostri congiunti. Siamo ancora convinti che l'Italia sia un Paese civile, democratico dove un cittadino viene giudicato in base al reato che ha commesso, e soprattutto che la fiducia nella giustizia e nella magistratura non debba essere inficiata dalla condanna del presidente del collegio giudicante per corruzione e concussione. Questo chiediamo alla politica e questo vorremmo fosse il percorso di una costituenda commissione parlamentare d'inchiesta che vedrà tutto il nostro contributo».
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