Il Tirreno

Livorno

Quattro medici indagati

di Federico Lazzotti
Quattro medici indagati

Tra questi anche il responsabile del Livorno Porcellini

2 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Con l’uso tempestivo di uno dei due defibrillatori che era all’interno dello stadio Adriatico di Pescara Piermario Morosini si sarebbe potuto salvare? È questa la domanda intorno alla quale ruota l’inchiesta aperta dalla Procura abruzzese sulla morte del calciatore amaranto.

Venerdì prossimo è stato fissato l’incidente probatorio disposto, l’udienza ruoterà intorno alla relazione scritta dai periti nominati dal giudice, nella quale è scritto con evidenza che fu una cardiomiopatia aritmogena ad uccidere il centrocampista amaranto.

Una cosa i periti l’hanno accertata se fosse stato usato il defibrillatore Morosini avrebbe avuto più chance di salvarsi. Per i periti, infatti, il comportamento dei medici ha «avuto rilevanza causale nel determinismo dell’exitus dell’atleta».

I consulenti del giudice Vittorio Fineschi, Franco Della Corte e Riccardo Coppato danno responsabilità diverse ai quattro medici indagati per omicidio colposo, ossia quello del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il responsabile del 118 dello Stadio Vito Molfese e il primario dell’ospedale di Pescara Leonardo Paloscia.

I periti indicano nel medico del 118 Molfese quello con «il ruolo più delicato». A lui infatti «sono addebitabili i maggiori profili di censurabilità comportamentale», perché «pur intervenendo in un momento successivo rispetto ai primi due medici, si deve a lui riconoscere, tuttavia, il ruolo di leader che egli avrebbe dovuto assumere, procedendo immediatamente alla ricostruzione degli atti di soccorso praticati dai colleghi, immediatamente riconoscendo l’assenza di impiego del defibrillatore ed operandone l’impiego ad un tempo in cui una defibrillazione esterna si sarebbe associata ad una probabilità di sopravvivenza ancora piuttosto elevata».

Un ruolo negativo hanno avuto anche i due medici sociali del Pescara e del Livorno, Sabatini e Porcellini. Il primo perché «in qualità di responsabile del soccorso nel campo della squadra ospitante era chiamato a conoscere la disponibilità del defibrillatore».

Per il secondo addirittura responsabilità superiori rispetto al collega, perché non «avrebbe sfruttato l’incomparabile opportunità di intervenire precocemente mediante defibrillazione esterna in un momento in cui la probabilità di pieno recupero del circolo cardiovascolare è massima. «È stato il primo ad entrare in campo senza aspettare l’ok dell’arbitro. E nessuno gli ha detto che il macchinario era lì», spiega il suo legale, l’avvocato Massimo Girardi. Tale omissione diagnostica- terapeutica, però, rivestirebbe un ruolo causale nel decesso di Morosini .

Nei confronti del primario Paloscia invece i periti dicono che essendo arrivato per ultimo ha meno colpe. «La tempistica d’intervento, le modalità di svolgimento della prestazione fornita ed il suo ruolo nella vicenda - si legge - fanno concludere che solo residue chance di sopravvivenza erano ormai ipotizzabili nel Morosini al momento dell’intervento di questo medico», ossia che al suo arrivo c’era poco da fare.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web