In 2mila rischiano di non avere niente
Allarme dei sindacati: i soldi sono finiti, la situazione è esplosiva. «Assolutamente indispensabile sbloccare i fondi extra»
LIVORNO. Sono finiti i soldi per la cassa integrazione (e la mobilità) in deroga e adesso quasi duemila lavoratori – delle fabbriche ma soprattutto di un arcipelago di microditte – rischiano di restare senza reddito. Neanche gli 800 euro mensili assicurati dalla cassa integrazione: troppo poco per campare ma sempre meglio che restare a zero.
L’allarme lo suona la Cgil. A cominciare dai metalmeccanici: Simone Puppo, dirigente Fiom, non nasconde una «fortissima preoccupazione» perché ci sono lavoratori e ci sono famiglie che, «a causa di questa crisi-tsunami», sbarcano il lunario avendo come reddito «nient’altro che l'assegno della cassa integrazione». E aggiunge: «Ci auguriamo che l'ottimo lavoro che l'assessore Gianfranco Simoncini ha svolto finora possa sollecitare il ministro Fornero a sbloccare i fondi a livello nazionale».
Proprio dalla newsletter dell’assessore regionale arriva la conferma: c’è stata una «impennata di richieste al di là di ogni previsione nei mesi di gennaio e febbraio» che costringe a «sospendere le autorizzazioni». D’accordo con l'Inps regionale, però, si è tenuto conto delle risorse «non ancora assegnate ma comunque certe» così da dare semaforo verde al «maggior numero possibile di domande». In concreto: si coprono quelle arrivate fino al 30 gennaio per la cassa integrazione e fino al 28 febbraio per la mobilità.
Dunque, formalmente questi ammortizzatori sociali non sono stati cancellati e stop: si resta nel limbo di una mancanza di fondi e, al tempo stesso, di un qualche intoppo tecnico-burocratico nelle procedure. Con un mix di guai che pare una tempesta perfetta: la mancanza di fondi di adesso si incrocia con i ritardi nelle erogazioni relative a ottobre-dicembre e con le riduzioni innescate su forme di part time nei servizi per via dei tagli verticali alla spesa pubblica.
Sulla “cassa” si sta penando «da almeno cinque mesi», puntualizza Sergio Fondi, dirigente dei metalmeccanici Cisl: «C’è gente logorata, esasperata: pochi soldi spesso attesi per mesi, arrivati fra mille affanni». Simonetta Bagnoli (segreteria della Camera del lavoro) invita però a non dar corda a un catastrofismo che potrebbe rivelarsi un boomerang: «Finisce per dare l’alibi a un governo che pure continua a esistere e ad avere gli strumenti per decidere». Cosa? Essenzialmente due cose: 1) lo sblocco dell’erogazione del miliardo promesso su scala nazionale; 2) il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, «mica possiamo continuare a negoziare un po’ di risorse in più volta per volta».
C’è anche un altro motivo che spinge i sindacalisti a cercare di tener la mente fredda: se, di fronte alle pesantissime crisi aziendali che si rincorrono l’una dietro l’altra, sparisce dal tavolo della trattativa lo strumento della cassa integrazione, ecco che c’è il rischio dell’effetto panico. Tradotto: se le fiamme si fanno più vicino alla polveriera c’è il pericolo che nessuno governi più niente e non resti che il si salvi chi può (e come può).
Figurarsi che un dirigente sindacale ricorda un caso paradossale: i lavoratori di una società in difficoltà hanno drammaticamente chiesto il licenziamento anziché la cassa integrazione. Un harakiri folle? No, semplicemente temevano di finire nel gorgo delle mancate erogazioni della cassa integrazione e hanno preferito puntare sull’indennità di disoccupazione.
Il cislino Fondi intravede il rischio che le imprese possano cedere alla tentazione di «puntare all’espulsione traumatica». È per questo che Federico Mambrini (Uilm) rivolge un appello agli imprenditori: «Non smettete di chiamarci per trattare sulla cassa integrazione, lo sbocco peggiore sarebbe se invece le imprese reagissero mettendo in pista una grandinata di licenziamenti».
Proprio il dirigente dei metalmeccanici Uil segnala che, al tirar delle somme, è «più facile che questo problema riguardi 500 lavoratori in più anziché in meno»: non lo meraviglierebbe se si sfiorasse quota 2500. È importante – aggiunge – una massiccia partecipazione allo sciopero del 16 in cui Cgil Cisl Uil grideranno al governo di sbloccare una situazione che minaccia gravissimi contraccolpi sociali.
Bagnoli mette le cifre a questo identikit: nei primi tre mesi di quest’anno le varie tipologie di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria in deroga) sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo di dodici mesi prima. In dettaglio: erano 553mila ore autorizzate, ora sono schizzate a 1,14 milioni.
Anche la tipologia di lavoratori si è ampliata. Anzi, ampliatissima: fino a includere non solo tute blu operaie ma un mare di “colletti bianchi” impiegatizi. Così come tante ditte del settore servizi.
«O qui si inventa un qualche miracolo o non si intravede via d’uscita», dice Monica Cavallini, numero uno Filcams: «Non è un campanello d’allarme, qui ci vuole il campanone più grande che c’è, anche perché non c’è nessun tavolo sul quale andare a battere i pugni».
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