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Livorno

«L’armatore fu indagato» Il giudice difende l’inchiesta

«L’armatore fu indagato» Il giudice difende l’inchiesta

De Franco, sostituto procuratore all’epoca del disastro, contesta le tesi di Chessa e respinge le accuse di errori nell’individuazione dei presunti responsabili

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LIVORNO. Quando nella primavera di 22 anni fa accadde la tragedia del Moby Prince - 140 morti e un solo superstite sul traghetto diretto a Olbia entrato in collisione di sera nella rada di Livorno con la petroliera “Agip Abruzzo” alla fonda - gli strumenti tecnologici a disposizione di magistrati, inquirenti e tecnici erano molto meno numerosi e inferiori come qualità rispetto a quelli di oggi. Perchè la tecnologia è andata molto avanti, e probabilmente se quella maledetta sera del 10 aprile 1991 la scienza avesse avuto a disposizione gli strumenti attuali, molte delle indagini avrebbero potuto avere un esito diverso, più “preciso” rispetto a quello che fu possibile fare in quegli anni. Ma ci sono dei punti fermi nell’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince che la magistratura ribadisce nonostante le ultime rivelazioni delle nuove indagini che Angelo Chessa, chirurgo ortopedico a Milano, figlio del comandante del Moby, morto nel rogo del traghetto, ha fatto svolgere di recente dallo studio tecnico Bardazza. «Non mi arrendo - ha detto in sostanza Chessa - perché in questi anni ho sentito troppe falsità e non riesco a mettere una pietra sopra questa storia».

Chessa, ad esempio, parla di “errori nella scelta degli indagati” e si chiede “possibile non aver mai indagato l’armatore?»

Una notizia che viene smentita dall’allora sostituto procuratore Luigi De Franco, titolare dell’inchiesta sul disastro. «L’armatore del Moby Prince Achille Onorato venne indagato - dice De Franco, che oggi è presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Livorno - così come fu indagato il comandante della petroliera “Agip Abruzzo” Renato Superina. Entrambi (deceduti da tempo, ndr) furono iscritti nel registro degli indagati per circa tre anni, fino a quando non fu chiesta l’archiviazione, accolta dal giudice delle indagini preliminari, in quanto dagli accertamenti non erano emersi elementi a loro carico».

Non vuole entrare, il dottor De Franco, nel merito delle sentenze, dell’inchiesta bis condotta dalla Procura in anni recenti sul disastro del Moby Prince, e sui nuovi accertamenti svolti in proprio da Chessa, ma ricorda che nel 1991 furono identificati e sentiti i comandanti delle navi militarizzate Usa che quella sera del 10 aprile 1991 si trovavano in rada e che uno di loro raccontò di aver visto arrivare la nebbia - da sempre uno degli elementi controversi delle indagini - e di aver dato ordine di azionare i segnali previsti dalle normative. La “Theresa”, registrata sui nastri di Livorno Radio e rimasta nave fantasma per tutti questi anni, secondo la contro-inchiesta di Chessa sarebbe stata probabilmente la nave militarizzata “Gallant 2”: ma allora perchè usare un nome diverso? si chiede il figlio del comandante. Nel corso dell’indagine che portò al primo processo per il disastro, la “Theresa” non venne mai identificata, anche se quella notte sul canale 16 si affollavano tante voci provenienti anche da settori di mare molto distanti da Livorno.

Quanto alla posizione del Moby e all’ipotesi che stesse tornando indietro verso il porto, le indagini non hanno fornito mai supporti probatori. Solo il mozzo Alessio Bertrand, l’unico sopravvissuto, può dire cosa accadde quella sera e lui ha sempre sostenuto che non ci fu alcuna virata della nave. Si è poi lavorato molto sui tracciati radar e sui nastri registrati da Livorno Radio (che nel 1991 aveva ancora l’operatore in postazione, ndr), il Pm e i consulenti si rivolsero anche a quello che allora era uno dei centri a più alta specializzazione (vicino a Southampton), ma mai è emerso qualcosa che potesse far pensare ad un’inversione di rotta del traghetto. Con gli strumenti che si avevano nel 1991, non si riuscì neppure a fissare il punto esatto di fonda della petroliera, che comunque dopo essere stata investita dal Moby si mosse. E anche sulla sopravvivenza a bordo i vari consulenti hanno dato risposte diverse, da trenta minuti fino ad un massimo di due ore. In tal caso qualcuno poteva essere sicuramente salvato.

Elisabetta Arrighi

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