Gioco
Dopo 22 anni svelata la nave fantasma
Lo rivela l’inchiesta del figlio del comandante. Sulle auto in garage le impronte dei passeggeri: non morirono subito
LIVORNO. «This is Theresa for the ship one in Livorno anchorage. I’m moving out, I’m moving out!». Sono le 22,49 del 10 aprile 1991, la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo è avvenuta trentacinque minuti prima. I soccorritori a quell’ora sono già al lavoro quando sul canale 16, quello riservato alle comunicazioni di servizio, viene registrato questo messaggio: «Theresa chiama la nave uno all'ancora nella rada di Livorno: mi allontano, mi allontano».
Per ventidue anni “Theresa” è rimasta un fantasma che ha attraversato le due inchieste penali aperte e poi finite in un nulla di fatto o quasi. L’ultima, ad esempio, è stata archiviata nel 2010. «Errore umano», è stata la conclusione dei pubblici ministeri.
Ma come si legge negli atti «non c’era nessuna nave con quel nome nel porto di Livorno». Ora alla vigilia delle commemorazioni per le 140 vittime della tragedia navale più grave della nostra storia, una contro inchiesta svelerebbe il mistero.
A condurla, su richiesta dei figli del comandate Ugo Chessa che quella notte morì nel rogo con la moglie, lo studio tecnico diretto da Gabriele Bardazza che solitamente esegue perizie e ricostruzioni per il tribunale di Milano.
«Dopo essere venuti in possesso delle registrazioni integrali riversate dalle bobine di Livorno Radio - spiega - ci è stato possibile proseguire nell’ascolto delle comunicazioni avvenute, arrivando quasi sicuramente a smascherare la vera identità della nave». Theresa, molto probabilmente altri non era che il Gallant2, una delle navi militarizzate Usa che in quei giorni erano impegnate nel trasporto di merci nella base di Camp Darby.
A questa conclusione lo studio è arrivato analizzando e comparando i messaggi partiti dalla plancia della Gallant2 con quello della nave fantasma. «Dopo 58 secondi dalla chiamata a “ship one” - spiegano - la stessa voce chiama “American cargo Vessel”, questa volta identificandosi con il proprio nome. La famosa “ship one” questa volta risponde e il messaggio è stesso e con lo stesso tono: ci allontaniamo». Perché usare in un primo momento un nome di copertura? C’era qualcosa da nascondere? Queste le domande che viene da farsi.
Ma questo non è l’unico giallo che la “contro inchiesta” avrebbe svelato e che nei prossimi giorni consegnerà alle Autorità. L’altro riguarda quanto tempo i 140 passeggeri abbiano resistito al rogo che si è propagato sul traghetto. «Dalle immagini registrate nei garage - è la tesi del team Bardazza -è possibile vedere che ci sono delle impronte di manate sui veicoli. Questo significa che le persone hanno resistito molto più di mezzora e che hanno provato a mettersi in salvo». Con questa ipotesi sarebbero chiamati in causa i soccorsi e il loro tentativo di salvare i passeggeri giudicato «tardivo e maldestro».
Poi c’è la posizione del Moby che forse stava rientrando e quella della petroliera Agip Abruzzo, ufficialmente collocata fuori dal triangolo d'acqua all'uscita del porto, dov’era vietato l'ancoraggio. Un video girato pochi minuti dopo l'impatto, e una ricerca fatta per identificare nell'oscurità i cosiddetti «punti cospicui» sulla terraferma, sembra stabilire come la petroliera fosse ben dentro l'area proibita. Eppure questo scoperta era già nelle motivazioni della sentenza di primo grado dove le coordinate collocano la Agip Abruzzo là dove non doveva essere. Era una notizia di reato. Ma nessuno la vide.
La contro inchiesta, come i dubbi che insinua, pochi secondo il presidente del Comitato delle vittime Loris Rispoli, è però avvolta nella nebbia che in termini giuridici si chiama prescrizione, visto che non è mai stato contestato il reato di strage. «Il mio obiettivo - spiega Angelo Chessa, figlio del comandante - è quello di una verità storica che non sia falsata».
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