Il Tirreno

Livorno

Giustizia senza fine per l’uomo morto all’Utic

di Federico Lazzotti
Giustizia senza fine per l’uomo morto all’Utic

Dopo sette anni e due inchieste aperte, la procura generale apre un altro fronte Ma ormai la prescrizione è vicina: la causa civile decisiva per il risarcimento

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LIVORNO. L’ultimo colpo di scena sulla morte di Michelangelo Gori, scomparso a 41 anni nel reparto di Cardiologia dell’ospedale di Livorno il 20 giugno 2006, arriva dalla Procura generale della Repubblica di Firenze. In quattro paginette depositate alla fine di gennaio e firmate dal procuratore generale impugna la sentenza di primo grado con la quale il tribunale di Livorno, lo scorso anno, aveva assolto l’unico imputato, l’allora primario dell’Utic Michele Galli, accusato di omicidio colposo e ne chiede la condanna in Appello.

Il primo paradosso, e ce ne sono altri, sta nel fatto che nel frattempo la Procura labronica, su indicazione del giudice che nel febbraio dell’anno scorso aveva scagionato proprio il medico, intanto avesse aperto un’inchiesta bis per la quale il pubblico ministero, il 9 marzo scorso, ha chiesto il rinvio a giudizio per gli ex vertici dell’Asl 6, a cominciare dal direttore generale Fausto Mariotti. L’accusa? Sempre la stessa: omicidio colposo.

Dunque, a distanza di quasi sette anni dalla tragedia, sulla morte di Michelangelo, ragazzone che ha lasciato due figlie e la moglie, sono state aperte due inchieste, si è concluso un processo, pende un giudizio in appello e i familiari, in sede civile, hanno già chiesto una risarcimento danni all’Asl 6 di 1,7 milioni di euro.

Ma il rischio vero di questo esempio di giustizia lumaca e confusa lo spiega l’avvocato Ugo Borivant che nei vari procedimenti rappresenta i familiari.

«Il 20 dicembre il reato sarà prescritto - spiega - ed è molto probabile che a quella data il nuovo processo nei confronti degli ex vertici dell’Asl 6 non si sia aperto e la Corte d’Appello non si sia ancora pronunciata sull’impugniazione».

In ogni caso sarà difficilissimo che la famiglia ottenga da un Tribunale penale una sentenza di condanna e dunque una provvisionale per i danni e la possibilità di presentarsi in sede civile con un’autostrada davanti per ricevere quel risarcimento che aspettano da anni.

Anche perché di tutta questa storia che inizia all’alba dell’estate 2006 e non è ancora finita, le certezze che - sia le perizie che le testimonianze delle inchieste hanno evidenziato - sono due: gli allarmi collegati ai macchinari dei pazienti all’interno del reparto erano stati tarati affinché non suonassero nemmeno per le emergenze e il numero degli infermieri nel turno di notte era stato ridotto, passando da tre a due. Lo scrive chiaramente il procuratore generale della Repubblica Giancarlo Ferrucci nell’impugnazione alla sentenza di primo grado: «Il mancato funzionamento dell’allarme e la mancata sorveglianza del monitor dipesero non da una carente istruzione del personale, bensì da una precisa scelta di sospendere a tempo indefinito gli allarmi che dovevano segnalare le crisi cardiache dei pazienti e, con ogni probabilità, dall’intento, non lodevole ma sciagurato, di non gravare troppo il personale, incaricando tre addetti, e non soltanto due, alla turnazione notturna».

Lo stesso ex primario lo aveva scritto il giorno dopo la morte del quarantunenne ai vertici dell’Azienda che le cose nel reparto, dopo il trasferimento avvenuto qualche tempo prima, non stavano andando bene. Era da quella denuncia che nacque la prima inchiesta nella quale alla fine rimase impigliato lo stesso medico. «A causa di questa inchiesta - disse Galli il giorno dell’assoluzione - ho perso il mio lavoro. L’esposto che avevo fatto dopo il decesso lo avevo fatto pensando alle sue due bambine. Invece non è andata come pensavo».

Adesso la Giustizia ha ancora otto mesi di tempo per dare - come è suo compito - delle risposte che vadano al di là di ogni ragionevole dubbio. Per adesso, invece, i dubbi derivano proprio dalle diverse risposte che in questi sette anni sono arrivate e che per il momento hanno solo insinuato altre perplessità, nuovi sospetti che fanno male non solo ai familiari della vittima ma anche a chi è finito dentro a questa storia e vorrebbe uscirne.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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