Gioco
Quel bimbo salvato e i grazie dei livornesi
In migliaia di ex voto un viaggio in quattro secoli tra fede e storia
LIVORNO. La storia raccontata dal vescovo Giusti la mattina di Pasqua è una porta spalancata verso la speranza. Non c'è la parola miracolo nell'omelia del monsignore e non potrebbe essere altrimenti per le rigide procedure che la Chiesa prevede perché si possa arrivare a questa definizione. Ma poco contava nelle intenzioni del vescovo l'aspetto formale in cui avvolgere il sorriso di quella famiglia travolta dal dramma di un piccolo figlio ammalato di tumore e guarito dai medici del Meyer dopo notti disperate di preghiere dei genitori alla Madonna di Montenero.
Quella storia e i quattro episodi simili accennati da Giusti domenica mattina sono un inno alla fede, in qualche modo tanti ex voto letti a voce alta, raccontati dal primo dei pastori livornesi ai fedeli radunati in duomo, e per questo nobilitati da un velo istituzionale rispetto a quella sfilza di ringraziamenti spontanei che colora i corridoi che abbracciano il santuario mariano e che da tre secoli raccontano il rapporto di una città, di una regione, di un popolo con la religione, tutti illuminati dal sorriso per la grazia ricevuta e dalla devozione ad eternum.
Passano i secoli, passano le generazioni ma come quattrocento anni fa è a Montenero e alla loro Madonna che i livornesi si rivolgono quando un fulmine si abbatte improvviso sulle loro famiglie, travolge d’un tratto le loro vite, mette di fronte alla loro routine il dramma di un incidente, di una malattia, di un lavoro perso, o li sbatte davanti al terrore della morte, gliela fa vedere in faccia nei brividi di una caduta da un ponteggio, da una gru del porto, dalle scale di casa, in quelli di uno schianto in auto, di una tempesta in mare, di un agguato in guerra o di un incidente in carrozza.
E' su quel colle che da quattrocento anni vanno a piedi e si rifugiano, lassù "dove s'incontrano il cielo limpido e azzurro e il mare dalle molte vie" come disse Giovanni Paolo II durante la sua visita del 1982, lassù dove chi arriva sperimenta l'atteggiamento interiore di sentirsi pellegrino, e la quiete così distante dalla città che pure si trova lì a poche centinaia di metri in linea d’aria, riesce quasi a fargli dimenticare la quotidianità frenetica e negli attimi di pace che regala, lo mette a tu per tu con qualcosa di metafisico, insieme a centinaia, migliaia di altri uomini saliti disperati per chiedere la grazia, proprio come il papà di quel bambino salvato al Meyer oppure per ringraziare, proprio come i marinai di quei piroscafi e dei velieri scampati al naufragio, i pescatori salvati, i malati guariti.
Religiosità popolare, false credenze, miracoli o grazie. Ognuno può leggere con l’alfabeto della sua anima e con l’illuminismo del suo credo quelle pareti ricoperte di dediche, foto, quadri e disegni, di maglie insanguinate, sciabole e berretti, elmetti traforati e arrugginiti, ritagli di giornale. Ancor di più davanti alle risposte che la scienza talvolta dà a quegli episodi. Come nel caso del bambino citato dal vescovo Giusti hanno fatto ieri i medici dell’ospedale pediatrico Meyer spiegando che «l'intervento è andato a buon fine permettendo un'asportazione radicale del tumore», ma anche che «nel 95% di questi casi si ha la guarigione».
Ma una cosa è certa: in quelle stanze c’è la storia del mondo raccontata dall’intimità dell’uomo, la cronaca locale che scrive la grande storia, i piccoli episodi mischiati agli avvenimenti importanti che fanno di Montenero non solo un luogo di culto e devozione, ma laicamente un museo in divenire della società, che va avanti dal 1725, data del primo ex voto, un olio su tela ordinato dal signor Giobatta Mugnaini offerto alla Madonna di Montenero per un parto felicemente concluso. Lo sfarzoso letto a baldacchino, i pesanti tendaggi trattenuti alle colonne angolari, la puerpera che allatta il noenato con la sua graziosa cuffietta in testa, il padre e la madre di lei che guardano verso lo spazio sacro dove appaiono la Madonna e San Giuseppe, raccontano sì la fede ma come un giornale di moda anche l’arredamento e l’abbigliamento dei ceti elevati dell’epoca.
E così ogni ex voto, ogni racconto, ogni faccia, ogni episodio si trasforma in una tessera di un puzzle infinito. Ci sono i mosaici della grande storia come il corpetto color d’oro e le babbucce ricamate della giovinetta Ponsivinio, rapita dai turchi durante una passeggiata sul lungomare di Antignano e portata a Costantinopoli per far parte dell’harem del sultano, salvata dal fratello e riportata a casa dopo notti e giorni di preghiere alla Signora di Montenero. Sono custodite in una bacheca affissa in quei corridoi dal 1800 e non lontane dalle foto della motonave Montecristo dei D’Alesio, assaltata dai pirati nell’oceano Indiano duecento e passa anni dopo, liberata il 10 ottobre 2010 insieme ai suoi 23 marinai. C’è l’angolo della guerra e dei militari, quello che ricorda la Madonna come castellana d’Italia, sciabole e spadini, copricapi della Marina e dell’Esercito, divise decorate e medagliette di Maria che miracolosamente intercettarono proiettili destinati al cuore. C’è il grazie del cittì della nazionale di ciclismo Paolo Bettini e del nipote Andrea salvi in un incidente aereo nel mare di Piombino. E in mezzo a loro migliaia di manovali, portuali, marinai, contadini, genitori e figli.
Ogni giorno che vai a Montenero ne compare uno nuovo. E’ questo che fa del santuario qualcosa di sempre attuale, del rapporto dei livornesi con la loro Madonna iniziato ai tempi della pestilenza del 1629 e proseguito col maremoto del 1642 qualcosa di straordinario, del museo in progress creato da muratori e portuali, popolani e nobili, sportivi e disgraziati, stranieri e militari uno specchio della società a cui prestare laicamente attenzione.
Negli ultimi trent’anni quel museo della fede e dell’attualità è cresciuto e ha trovato nuove forme d’espressione: uno scatolone trasparente posto quasi all’entrata raccoglie le foto tessere di chi ha semplicemente da dire “grazie” alla Madonna.
Centinaia, forse migliaia di facce, ognuno con la sua storia, la sua pena, la sua preghiera racchiusa in quel quadratino ritagliato. Storie scritte e storie da scrivere, come quelle dei bambini rappresentati dai fiocchi rosa e celesti racchiusi in una teca per affidare il loro destino alla Madonna. Che magari da adulti li rivedrà lì, saliti a piedi a ringraziare per la grazia ricevuta ex voto o per chiederne una in una storia che si ripete da quella pestilenza di inizio 1600.
@giucorsi
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