Gioco
Livorno come Rio, è capoeira-mania
Sui prati della città (e nelle palestre) cresce il popolo dei lottatori danzanti. «Col bel tempo ci vedrete ovunque»
LIVORNO. Li puoi incontrare vestiti di bianco con il cordel intorno ai fianchi che mimano una lotta danzando sui prati della Terrazza, su quelli di villa Fabbricotti o ai giardinetti di barriera Roma: sono i capoeristi, ma non chiamateli artisti di strada, la Capoeira è un’arte marziale che nasce in Brasile dai discendenti degli schiavi africani. Anche qui però serve massima attenzione. Perché la Capoeira non è solo uno sport, ma un microcosmo che riflette un macrocosmo, immagine di vita e delle dinamiche che intercorrono nelle relazioni con l’altro. Rispetto, libertà, astuzia, malizia, responsabilità, c’è di tutto in un’arte che insegna a gestire le proprie emozioni e ad affrontare le lotte anche contro i propri nemici interni.
Al Vento d’Oriente si ritrova l’Associazione Capoeira Volta Do Mundo che in città conta il maggior numero di partecipanti ed è guidata dal professore brasiliano Reinaldo e dagli istruttori formati Leonardo Tognetti e Emanuel Saba. E’ proprio Emanuel, dopo una lezione intensa fra salti mortali scanditi al ritmo di berimbau (strumento simbolico della lotta afro- brasiliana) a guidarci in questo mondo ricco di storia che ormai è diventato un pezzo di Livorno. «La Capoeira è in origine una lotta di liberazione dissimulata nella danza, si caratterizza per l’espressività dei movimenti, ha il sapore amaro della schiavitù e il gusto della liberazione, della speranza, della grinta di lottare. Oggi è per me una metafora perfetta della vita –dice Emanuel - l’ho conosciuta dieci anni fa e non sono riuscito a tornare indietro, è un movimento in costante evoluzione che sempre avanti va ed aggiunge un qualcosa in più al vivere di ogni giorno».
Sono venticinque le persone che praticano la Capoeira Regional in città. Lo Stile di Bahia è stato ideato da Mestre Bimba negli anni ’30 del secolo scorso, quando il Brasile era alla ricerca di uno sport nazionale. Quest’uomo coraggioso ebbe l’idea di riscattare una pratica fino ad allora considerata illegale e pericolosa, restituendole il suo volto più autentico, la sua vocazione a strumento di integrazione fra schiavi e liberi, attività culturale dalle infinite possibilità di espressione. Sono del 1624 i primi documenti che ne attestano la pratica in Brasile ma questa lotta dissimulata nella danza è stata a lungo guardata con avversione e timore dalla polizia locale tanto da proibirne la pratica, soltanto nel 1974 è stata riconosciuta come sport. «Ma definirla come sport è forse riduttivo – dice Emanuel Saba - Capoeira è unire forza ad armonia, è poesia di vita, è una scuola al rispetto scandita da un codice comportamentale molto rigido in cui si impara il confronto con l’altro potenziando le proprie qualità che non necessariamente devono essere le medesime per tutti».
E’ nella Roda, il cerchio di persone che si forma intorno ai due capoeristi che stanno giocando, che si ha il momento di massima espressione estetica e culturale della Capoeira. E’ il ritmo del berimbau che scandisce i movimenti che regolano l’incontro secondo le dinamiche che si manifestano nel corse dell’interazione. I giocatori imparano a prevedere le mosse dell’altro, compiono gesti rituali carichi di senso e legati a tradizioni popolari e cuti afro-brasiliani. C’è energia positiva in questi incontri, e per molti capoeristi, questi ritmi esprimono la fede in un’energia cosmica, l’Axé, che fluisce all’interno del gruppo. «Con l’inizio della primavera ci vedrete spesso fuori all’aperto e chiunque può avvicinarsi e partecipare – continua a spiegare ancora Emanuel - non ci sono limiti di età, non ci sono limiti fisici, ognuno partecipa per quanto gli è dato di poter fare».
Giulia Mancini
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