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«Questo Pd chiuso» La lettera del gruppo della Bolognesi
LIVORNO. Due giorni fa, come anticipato dal Tirreno, il gruppo Pd che fa capo all’ex parlamentare Marida Bolognesi ha preso ufficialmente le distanze dai segretari: in tre (Pini, Cannioto e Mongillo)...
LIVORNO. Due giorni fa, come anticipato dal Tirreno, il gruppo Pd che fa capo all’ex parlamentare Marida Bolognesi ha preso ufficialmente le distanze dai segretari: in tre (Pini, Cannioto e Mongillo) hanno salutato il leader comunale Yari De Filicaia, mentre altri sei (Brugnoni, Borghi, Agostinelli, Cosimi, Meini, Tinti) hanno inviato una lettera al federale Samuele Lippi.
Ieri nella mailing list del partito è saltato fuori di tutto. Compresa la lettera di dimissione dei tre filo - Bolognesi.
«Vogliamo partire da un’ evidente scarsa collegialità nelle decisioni – si legge in apertura – tanto che ripetutamente abbiamo appreso dai giornali le posizioni del partito, così come singole scelte comunicate alla stampa che hanno creato disagio e imbarazzo. Il riferimento è chiaramente - ma non solo - agli otto punti di De Filicaia che hanno scatenato l’ira del Comune.
Ma ecco uno dei passaggi più delicati: «Non ci ha convinto l’analisi seguita all’assai deludente risultato elettorale locale, un’analisi che, in segreteria e nell’assemblea comunale, ha teso più a sminuire che ad analizzare con rigore e umiltà la risposta che i cittadini hanno inteso dare alla nostra proposta. È mancata ogni valutazione su quanto siamo stati in grado di rispondere al ruolo che il Pd doveva svolgere in una fase di crisi senza precedenti, economica e anche di rapporto fra cittadini e amministrazione locale, di ruolo dei partiti, di fiducia nelle istituzioni e nella politica. In una parola: di prospettiva». «Questo – sottolineano – sarebbe stato necessario per concentrarsi su impegni e capacità politiche da mettere in campo per superare le difficoltà e per preparare l’agenda delle amministrative, su cui ad oggi marchiamo incertezze e una crescente difficoltà di rapporti con l’opinione pubblica».
I dimissionari fanno anche autocritica e le cantano sia all’amministrazione che al segretario, defininendo le ultime proposte del partito «limitative e insufficienti se l’obiettivo è il rilancio vero di una linea politica e amministrativa diversa, a partire dai problemi dell’economia e del lavoro nei nostri quartieri e per arginare le diseguaglianze sempre più forti e le nuove competitività politiche».
Parlano quindi di mancato rinnovamento («i meno esperti delle dinamiche degli organismi dirigenti, i più “nuovi” ma magari portatori di competenze nate sul lavoro, potevano essere aiutati più di altri a diventare dirigenti politici») e arrivano a dire che «non siamo riusciti a costruire un modo diverso di far politica» perché «un clima di chiusura e autoreferenzialità ha caratterizzato il partito a tutti i livelli: uno scollamento crescente con le istanze di cambiamento e apertura che venivano dalla società». (j.g.)
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