Il Tirreno

Livorno

«Perso il lavoro, persa la casa la mia vita giù nel precipizio»

di Azzurra Biagi
«Perso il lavoro, persa la casa la mia vita giù nel precipizio»

Ecco le storie di famiglie normali la cui esistenza è finita dentro il burrone all’improvviso Tutta colpa della busta paga che non c’è più e dell’appartamento che non ce la fanno a pagare

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LIVORNO. Storie di famiglie “normali” finite in mezzo a una strada: Livorno è la capitale dello sfratto per morosità incolpevole. I dati dell’emergenza abitativa in città non registrano precedenti, 480 sfratti esecutivi nel 2012 e già 250 dall’inizio del 2013.

Molto spesso a finire per strade sono nuclei familiari con bambini in cui entrambi i genitori hanno perso il lavoro, stranieri, ma non solo, anche molti italiani, che senza una rete familiare, fino a qualche anno ce l’avrebbero fatta, oggi la casa è la prima cosa a cui devono rinunciare. O mangi, o paghi l’affitto.

Da un giorno all’altro si ritrovano per strada, e poi in situazioni abitative d’emergenze, magari ad occupare strutture abbandonate o in alloggi come quelle dell’ex scuola La Marmora.

Là dove c’erano le aule. Al primo piano dell’edificio, in quelle che furono le aule degli studenti dell’omonima scuola media attualmente vivono 11 famiglie, di cui 4 italiane e 7 straniere, condividendo bagni e lavanderia. Ogni famiglia vive in una sola grande stanza, dove ha raggruppato tutto quello che ha potuto portarsi dietro dalle vecchie abitazioni.

«Tante cose le ho dovute regalare, non ci possiamo permettere neanche un garage dove riporre tutto», spiega Stefania Panico, 31 anni: «Abitavamo in un bell’appartamento in zona Fabbricotti, io da commessa avevo potuto rilevare il negozio di abbigliamento per bambini dove lavoravo. Poi mio marito, muratore, ha iniziato a lavorare meno. E come lui anch’io. Sono arrivate le prime difficoltà: con due bambini piccoli, le cose si sono messe male e non si sono più sistemate, e ora eccoci qui e in attesa di avere una casa e di ripartire. E’ difficile».

Con altre famiglie. Sopra gli armadi, che spesso fungono da pareti, svettano torri di scatoloni, e poi mobili, vestiti, giocattoli, in quelli che dovevano essere alloggi provvisori, ma dove ormai da un anno, con difficoltà, mangiano, dormono e convivono con altre famiglie.

«All’inizio non è stato facile, ma poi ci siamo venuti incontro, anche perché non ci sono alternative», sostiene Sonia Frilli. «Io lavoro all’Atl da molti anni, ma – aggiunge – quando il mio compagno ha perso il lavoro, con due bambine da gestire abbiamo perso la casa dove abitavamo in via dell’Oriolino. Così abbiamo mandato le nostre figlie di tredici e sei anni a dormire da mia suocera e noi due abbiamo iniziato a dormire in macchina».

«Un’odissea quotidiana». È andata avanti così per sette mesi, racconta ancora Sonia: «La mattina mi andavo a sciacquare il viso da mia suocera prima di andare al lavoro. Poco dopo aver perso la casa, ho perso mia madre e mio fratello nel giro di una settimana. Questi sono anni duri, ma non voglio farmi vedere giù dalle mie bambine, loro sono la mia ancora e speriamo che le case presto siano pronte».

Già, ma questa situazione, da “emergenza” si sta tramutando in abitudine, e chissà per quanto ancora durerà. «Ci era stato detto – afferma Adriana, albanese di 32 anni – che sarebbe durata tre mesi al massimo sei, ma è già un anno che siamo qui».

Adriana ha due figli piccoli di cinque e tre anni, e prima di arrivare in questo alloggio viveva in un appartamento in Piazza Attias. «I miei figli – ribadisce – sono nati in quella casa, dove pagavamo cinquecento euro, ma che era coperta di muffa; così entrambi i bambini si sono ammalati a causa dell’umidità».

Adriana sottolinea che il più piccolo ha qualche problema di salute («necessità di cure continue, ma qui con il bagno in comune non è facile, siamo tanti»).

Fuori per un niente. La famiglia di Francesca Liperini, invece, non è rientrata per un soffio nella graduatoria dell’emergenza abitativa. La storia della loro instabilità parte nel 2009, quando il marito perde il lavoro da idraulico di yacht al cantiere Arno di Pisa. «Non siamo più riusciti a rientrare, con tre figli, due adolescenti e uno piccolo. Dopo quasi due anni siamo stati costretti a lasciare il nostro bell’appartamento e La Rosa e siamo finiti per strada», dichiara Francesca, che oggi lavora part time in una cooperativa di pulizie.

«Mio marito – afferma – ha aperto una partita Iva per cercare di lavorare da solo, ma non è andata bene, e per rincorrere un nuovo impiego ha trascurato la sua salute, rimandando un’operazione alle anche, che ora gli danno problemi».

«Costretta a dar via il cane». «Prima di arrivare qui – ricorda Francesca – abbiamo abitato in altri contesti d’emergenza, ma senza più avere lo spiraglio di una stabilità economica o abitativa». Poi si commuove quando dice: «I miei figli più grandi cercano di dare una mano, mentre al piccolo non sono ancora riuscita a dire che ho dovuto dar via il nostro cane, Lucky. Speriamo che le cose possano migliorare presto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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