Gioco
Boom finito anche all’edilizia non resta che piangere
LIVORNO. L’edilizia ha la febbre, lo dice l’altra metà del dossier economico della Camera di commercio. È Raffaella Antonini, ricercatrice del Centro studi Cciaa, a fotografare i bilanci delle...
LIVORNO. L’edilizia ha la febbre, lo dice l’altra metà del dossier economico della Camera di commercio. È Raffaella Antonini, ricercatrice del Centro studi Cciaa, a fotografare i bilanci delle società di capitali del settore, cioè quel 10% che, come dirà il presidente confindustriale Alberto Ricci, rappresenta la parte più strutturata di un arcipelago di ditte anche formato micro. Sotto la lente il periodo dal 2007 ante-crisi fino al 2011, ultimo bilancio depositato.
I tasselli del puzzle? Eccoli: 1) la gestione operativa «crea sempre meno liquidità» (dal 12,1% del 2007 a meno dell’8% 4 anni dopo); 2) i debiti rispetto al fatturato sono in edilizia due volte e mezzo di più che nelle altre società di capitali; 3) la patrimonializzazione è talmente bassa da non arrivare che alla metà dello standard auspicabile; 4) in media i bilanci sono in perdita da due anni, anche se per frazioni decimali.
E stiamo parlando – ribadisce Ricci – della fascia più solida delle imprese. Basti ricordare lo sviluppo che ancora nel 2008 aveva galoppato al ritmo del 30%.
Il presidente di Confindustria allarga lo sguardo fuori dal recinto di questa élite e cita i dati della Cassa Edile: dal 2008 al 2012 sono state cancellati «il 24% delle imprese, il 33% degli operai e il 43% delle ore lavorate».
Per Ricci anche lo sblocco dei pagamenti da parte degli enti pubblici non è altro che un po’ d’ossigeno: «Non sarà quello a rilanciare gli investimenti in infrastrutture. E siccome l’80% del mercato delle costruzioni dipende dai privati, dico che l’unica soluzione è far ripartire la domanda interna. Come? Riducendo il cuneo fiscale: troppa differenza fra quanto un lavoratore costa all’azienda e quanto gli entra in busta paga».
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