Gioco
Trema un’altra fabbrica Smi sull’orlo del baratro
Quasi 100 addetti, installa impianti gpl sulle auto e ha assunto fino a un anno fa Ma ora la General Motors sposta in Spagna l’attività che è il 90% del lavoro
LIVORNO. Non sono passati neanche dieci giorni dall’annuncio della cessazione dell’attività dell’ex Ginori, fabbrica-simbolo delle lotte operaie anni ’80, ed ecco che un altro macigno piomba sull’industria livornese e sulla sua tenuta: è a rischio chiusura la Smi, una azienda che dà lavoro a poco meno di cento addetti – la metà dei quali con contratto interinale – per installare gli impianti gpl sulle auto. Soprattutto Opel (90%, principalmente Meriva e Corsa) più una piccola quota di Citroen. Ne sfornano più di duemila al mese, ma quando nel periodo d’oro gli addetti erano 180 la cifra era quasi doppia.
Siamo nel “triangolo delle Bermude” dell’industria livornese dell’auto: in fondo a via Enriques c’è l’ex Delphi, la prima a chiudere i cancelli sette anni fa; lì accanto c’è la Trw alle prese con una cura dimagrante dopo l’altra e ora denuncia altri 60-70 esuberi. A menop di 200 metri, in una via della Ferrovia abbandonata da dio e dagli uomini ai confini del nulla, ecco la Smi: a un passo dal ko.
Suonano a squarciagola l’allarme i metalmeccanici Cgil (con Simone Puppo, numero uno della Fiom) e i lavoratori attraverso la Rsu (con Matteo Casini, Roberto Giusti e Marco Matteini). Eppure ci tengono a rivendicare misura e compostezza: anche ieri in fabbrica a continuare il lavoro per rispettare i tempi.
Già, perché il paradosso è proprio questo: il lavoro c’è o quantomeno c’è per un altro mese o poco più. In effetti, non c’è nessun ordine di chiusura: anzi, la Fiom dà atto alla proprietà di essersi «impegnata a far di tutto ma quando di punto in bianco ti resta in mano solo il 10% della tua produzione...».
«Il lavoro mancherà da fine aprile o forse metà maggio – spiega Puppo – semplicemente perché la General Motors ha deciso di riconcentrare alcune lavorazioni al proprio interno: attività come il montaggio degli impianti gpl non le farà più affidandosi a imprese esterne come la Smi (in subappalto tramite committenze gestite dalla società reggiana Landi) bensì utilizzando i propri stabilimenti spagnoli di Saragozza».
Ma in questa vicenda c’è una sfilza di elementi che lasciano l’amaro in bocca. A cominciare dal fatto – sottolinea il dirigente Fiom – che la decisione di sterzare altrove le lavorazioni è stata presa alla zitta: «L’abbiamo scoperto solo perché, probabilmente per una svista, una bella mattina sono arrivate a Livorno otto Opel che sotto il cofano avevano l’impianto a gas già montato. Risultato: l’azienda deve reinventarsi in brevissimo tempo strategie di riconversione e caccia alle alternative di mercato».
La rabbia si gonfia anche perché: 1) si tratta di «una azienda sana che ha sempre avuto un rapporto corretto con i sindacati»; 2) è «una fabbrica con forza lavoro molto giovane, la gran parte fra 25 e 35 anni, il lavoratore più anziano è un cinquantaseienne, impossibile perciò contare sull’ attesa della pensione come soluzione; 3) metà degli addetti è rappresentata da «interinali con contratto in scadenza venerdì», dunque senza neanche quell’ombrello sbrindellato che è la cassa integrazione.
Ci sono tutti gli ingredienti per una tempesta perfetta di paradossi: compreso il fatto che non più di un anno fa la Smi aveva ripreso ad assumere. Smaltito l’effetto degli incentivi gpl che aveva gonfiato gli organici, la fabbrica aveva sì affrontato dieci mesi di cassa integrazione ma poi, sull’onda della riscoperta delle auto a gas per via della benzina alle stelle, una fase di crescita era tornata a gonfiare le vele. Poi lo choc.
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