Il Tirreno

Livorno

Braccio e futuro amputati: «Daniel si poteva salvare diagnosi e terapia sbagliate»

di Federico Lazzotti
Braccio e futuro amputati: «Daniel si poteva salvare diagnosi e terapia sbagliate»

Ecco le motivazioni della condanna per lesioni nei confronti di due medici «Non sarebbe tornato a giocare ma avrebbe condotto una vita normale»

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LIVORNO. A 17 anni gli hanno amputato il braccio destro e con quello un bel pezzo dell’orizzonte che aveva davanti a sé. Soprattutto per un ragazzo che allora giocava a calcio, portiere titolare degli Juniores del Cecina, e in quella attività aveva investito tempo, speranze e ambizioni.

A distanza di sei anni e mezzo dall’incidente che ha innescato l’operazione, era il 28 ottobre 2006, nella sentenza che condanna due medici, Alessandro Volk, 59 anni, e Paola Cacialli, 46, a sei mesi di reclusione (pena sospesa), il giudice Gabriella Marinelli scrive chiaro e tondo che Daniel Priami, che oggi ha 24 anni e l’espressione corrucciata di chi non ha fatto pace con il passato, poteva avere un altro futuro.

«Gli elementi di prova acquisiti - è la premessa - consentono di ritenere dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio i profili di colpa dei due imputati nonché il nesso di casualità tra le condotte omissive e negligenti accertate e le gravissime lesioni subite dalla vittima». Ma c’è di più: «Se diagnosi e sintomi fossero stati riconosciuti facendo sospettare il processo infettivo in corso poteva essere messa in atto una cura tale da ritenere probabile che l’amputazione sarebbe stata evitata. E l’evento lesivo poteva essere limitato al danno dei tessuti che, forse avrebbe impedito a Priami di riprendere l’attività sportiva del calcio, ma gli avrebbe consentito una vita normale, non segnata per sempre dalla grave mutilazione al braccio destro che ne ha limitato la vita quotidiana, le relazioni e il lavoro».

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Poco importa se tra qualche mese il reato (lesioni colpose gravissime) sarà prescritto, gli avvocati che rappresentano il ragazzo e la sua famiglia, Massimo Tuticci e Fabio Ungheretti, si sono già rivolti al tribunale civile per farsi riconoscere un risarcimento che per il momento il giudice Marinelli ha fissato in 300mila euro.

La ricostruzione. Una buona parte delle 13 pagine delle motivazioni alla sentenza, sono dedicate alla ricostruzione dei dieci giorni che intercorsero tra l’infortunio e l’amputazione del braccio eseguita con l’ok dei genitori del portiere il 6 novembre quando «il quadro clinico del giovane era già compromesso».

Tutto inizia il 28 ottobre quando Daniel subisce un infortunio di gioco sul campo del Guardistallo nell’incontro di calcio tra Fortis Juventus e Cecina. «Fu chiamata l’ambulanza e i volontari della Croce Rossa, sospettando una frattura scomposta, immobilizzarono il braccio con una stecca-benda che poi fu restituita macchiata di sangue all’arrivo al pronto soccorso di Cecina».

È qui che il diciassettenne viene visitato dall’ortopedico Alessandro Volk che nella sua relazione certifica «una frattura biossea all’avambraccio destro, riduzione estemporanea, applicazione di apparecchio gessato» e invita il paziente, che vive a Livorno, a ritornare il successivo 2 novembre a Cecina «per raggi x, controllo in gesso e valutazione del dottor Mario Spinelli», allora primario di Ortopedia e intervento.

Nel corso della notte il ragazzo comincia a sentire «forti dolori e gonfiore alla mano». Per questo la sera del giorno successivo, è il 29 ottobre, si reca con il fratello al pronto soccorso di Livorno dove viene visitato dal dottor Angiolo Baldetti, anche lui imputato ma assolto in primo grado. «Intolleranza al gesso», è la diagnosi. La terapia è l’apertura del gesso fino al gomito che determina «un’immediata sensazione di sollievo» nel paziente. Ma è solo un’illusione perché nella stessa notte il dolore torna e stavolta arriva anche la febbre, alta, anzi altissima: 39,5°.

Ecco perché alle 6,32 del 31 ottobre Daniel si presenta di nuovo al pronto soccorso: il dolore è insopportabile, le dita della mano sono viola e non riesce a muoverle.

Il medico che esegue la consulenza ortopedica è la dottoressa Cacialli che scrive: «Frattura avanbraccio destro (già presi accordi per intervento chirurgico all’ospedale di Cecina) notevole edema alla mano destra. Dolore. Si apre apparecchio gessato a stecca». Alle 9,33 il portiere del Cecina viene dimesso con la febbre a 37,7° e gli vengono prescritti il Rocefin e l’antipiretico Perfalgan.

Il 2 novembre il professor Spinelli visita il ragazzo e accerta la presenza di una necrosi e dispone il trasferimento in ospedale per l’esecuzione dell’eco-doppler dopo il quale Daniel, ormai in gravi condizione, viene trasferito nel reparto di Rianimazione. Nonostante quattro giorni di terapie l’équipe medica non riesce ad arrestare la necrosi e così per non rischiare conseguenze peggiori, il 6 novembre, viene eseguita l’amputazione del braccio».

La colpa del batterio.  «È incontrovertibile - scrive il giudice - che il processo infettivo fu attivato dalla penetrazione di germi attraverso una lesione esterna». E più precisamente del Enterbacter aerogenes, un batterio che si trova nelle acque e nel suolo. Ebbene, nel referto del 28 ottobre non c’è traccia di ferite suturate, sebbene da tutte le testimonianze acquisite emerga con certezza che Daniel si ferì in corrispondenza del braccio fratturato. Ma dalla ricostruzione del giudice emerge che né Volk la disinfettò, né la Cacialli la notò.

«Orbene - è la conclusione - in presenza di frattura esposta causata da infortunio con contatto sul terreno di gioco era assolutamente e doverosamente prevedibile il rischio concreto di infezione e la necessità, quindi, di una terapia antibiotica ad ampio spettro che avrebbe ridotto l’infezione e soprattutto impedito la grave evoluzione».

Le responsabilità. «Gli errori procedurali e terapeutici del Volk - è la sentenza - e la mancata annotazione dell’esposizione della frattura, contribuirono a fornire ai sanitari che presero in carico Daniel Priami un quadro sintomatico incerto». La situazione che si presentò alla dottoressa Cacialli, invece, «non poteva più essere compatibile con gesso stretto», ma i sintomi in un giovane sportivo «potevano e dovevano necessariamente far sospettare un processo infettivo in corso e una probabile sindrome ischemica, sicché doveva essere ricoverato per effettuare indagini mirate che avrebbero evidenziato le patologie in corso».

La conclusione del giudice è impietosa nei confronti dei due medici: «Le condotte accertate sono gravi perché espressione di macroscopiche negligenze e leggerezze e di marcati ed inescusabili ritardi diagnostici e terapeutici palesemente influenzati, soprattutto per la dottoressa Cacialli dal programmato intervento per il 2 novembre a Cecina, calendarizzato non certo in base alle esigenze del paziente, bensì a quelle organizzative della struttura ospedaliera».

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