Il Tirreno

Livorno

Quando muore un animale

di Fabrizio Brancoli

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Immobili dietro una transenna, mentre la pioggia frusta la spiaggia, gli spettatori assistono al mare dello Scoglietto di Rosignano, che diventa rosa, quando si mescola al sangue della balena morta. E restano lì, le mani spinte in fondo alle tasche, i colletti rialzati, davanti a un animale che non c’è più.

Attorno al gigante spiaggiato si aggirano addetti con seghe e coltelli, per smembrare il corpo. Alcuni hanno impermeabili gialli che fanno pensare al mare del nord, a navi e bufere. E nel vento, tra acqua, sabbia e salsedine, è facile, forse irrinunciabile, pensare alla letteratura. Così il clima, da fredda autopsia, diventa un rito pagano. E poi una cerimonia funebre. Un addio.

Un animale colossale che, se volesse, potrebbe uccidere e provocare disastri immani; invece resta pacifico. Potrebbe sbranarci, farci a pezzi; invece nuota, soffia e sbuffa, a volte ci accompagna quando navighiamo, e magari cerca di non farsi tranciare da motori e scafi. Qualcuno dice che cantino, le balene; o che danzino, ruotando su se stesse. Trasmettono saggezza e controllo; le dimensioni spaventose, combinate con l’atteggiamento calmo, sono disturbanti per noi umani, abituati alle cause e agli effetti, alle atrocità e ai cattivi pensieri.

In questi giorni abbiamo pubblicato storie - e talvolta anche immagini - di animali vittime di morti violente. Incroci tra cani e lupi fucilati ed esposti in piazza, in Maremma. Un gatto devastato da un’auto in corsa, oltre ogni limite di velocità, lungo la Tosco Romagnola, davanti alla casa del suo amico, un bambino che se l’è trovato di fronte al mattino, ridotto in brandelli, e non dimenticherà mai quel giorno maledetto.

Vicino a Carrara un beagle, uno di quelli scampati alle torture di Green Hill, è stato ucciso da un’auto pirata. Il destino per lui aveva tracciato una vita breve: buia, senza speranza. Alcune persone lo volevano seviziare fino a strappargli la vita per far soldi; altre persone l’hanno salvato e portato via; un’altra persona l’ha travolto ed è fuggita, senza una stilla di coraggio e di coscienza. Poi un daino, caduto in un fossato e affogato nel temporale, a Torre del Lago. Gatti straziati da «strade tritacarne» come le ha chiamate un veterinario. E tanti delfini approdati senza vita sulle nostre spiagge toscane, per cause ancora non chiare.

Ogni volta, davanti a questi lutti figli di un dio minore, si apre il ventaglio delle reazioni umane: c’è chi ignora o declassa queste morti, pensando alle tragedie degli uomini, dei bambini, dei popoli, ripristinando le proprie priorità in una sorta di graduatoria emotiva o di classifica della sofferenza. Altri di noi soffrono ma se ne vergognano, certi che non saranno capiti. Altri ancora provano un dolore sordo, ancestrale, a suo modo panteista; un dolore che viene dalle origini del mondo. E queste notizie sono spesso le più lette, le più commentate, quelle che innescano il confronto nella comunità dei nostri lettori, davanti al giornale o al sito web.

Che cosa ci suscita, nel profondo, la morte di un animale? Perché, proprio a noi, specie carnivora e onnivora, ex cacciatori nelle caverne della preistoria e nelle praterie, sale la commozione, o comunque lo sconcerto? Forse, in un tempo di sentimenti senza patria, assistiamo a queste scene come se fossero sacrifici di esseri innocenti. Gli animali, che non ci giudicano, non ci biasimano, e non entrano in competizione con noi, sono i puri del pianeta. Sono la cosa più vicina ai bambini, ai cuccioli d’uomo: quelli che ancora non comprendono il male del mondo.

Fabrizio Brancoli

@fbrancoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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