Gioco
Asl, uffici abbandonati alla mercé di tutti
Siamo entrati nei locali di Monterotondo che fino all’anno scorso ospitavano la direzione: nessuno controlla
LIVORNO. Sul retro dell’entrata principale è attaccato un bigliettino: chi esce dopo le ore 19 è pregato di chiudere il portone. Il messaggio è rivolto alla sessantina di impiegati dell’Asl 6 rimasti a presidiare la sede di Monterotondo. Anche loro tra pochi giorni lasceranno il colle. Entro metà aprile, infatti, è prevista l'ultima tranche del trasferimento in viale Alfieri, ennesima sistemazione provvisoria degli uffici amministrativi dell’azienda. Intanto però Monterotondo resta aperto. E mai l'aggettivo “aperto” fu più adatto. Perché nell'ex villa Rodocanacchi oggi possono entrare tutti. Basta arrivare nell’orario di lavoro degli uffici. Si varca il portone, si accede all'imponente atrio un tempo controllato da un portiere e poi si va dove si preferisce. Ai primi due piani ci sono ancora gli uffici del personale e di ragioneria, oltreché i servizi acquisti e informatici dell'Estav, l'ente d'area vasta. Al terzo piano invece non c'è più nessuno, ma l'accesso ai nuovissimi locali voluti nel 2009 dal direttore Calamai e abbandonati due anni dopo è libero. Basta salire le scale.
Noi l'abbiamo testato due volte ieri mattina. Alle 10 e mezzo e a mezzogiorno. Abbiamo anche incontrato alcuni impiegati. «Buongiorno», «buongiorno». Nessuno vedendoci salire ci ha chiesto dove stavamo andando. Terminata la terza rampa ci siamo fatti indisturbati un giro nelle stanze che un tempo - praticamente ieri - furono del direttore generale e dei suoi uomini più fidati. Non c'è quasi più nulla, ma che il trasloco sia rimasto incompleto è comunque evidente. Le porte a vetri interne, con infissi in alluminio eleganti sono ancora lì, agganciate ai cardini. Così come il bancone circolare dell'accoglienza. Nuovissimo. C'è anche una bella scrivania in cristallo e una sedia in legno e velluto. Un armadio da ufficio che sembra uscito di fabbrica. E poi i condizionatori: split agganciati tra soffitto e pareti e climatizzatori fissati a terra. In una stanza, ancora appeso al muro, c’è un videoproiettore. Sembra nuovo anche quello.
Il tour prosegue senza mai essere disturbati. In tre stanze sono ammassati dei fascicoli, buttati in un angolo, a terra. Ne prendiamo alcuni, li sfogliamo. Tutto protocollato, firmato e controfirmato dai direttori. Di interessante non ci troviamo granché. Ma resta il fatto che oltre a determine e provvedimenti ufficiali ci sono anche comunicazioni personali. Che dovrebbero essere materia riservata. E invece potremmo metterceli in borsa e portarli a casa. La stessa cosa con un computer - un po’ datato - che troviamo nell'altra ala del terzo piano. Lì l’elegante ristrutturazione del direttore Calamai non ci è arrivata. D’altra parte ospitava gli impiegati. Si nota subito: linoleum stile ospedale, infissi vecchi di legno, pioggia sul pavimento. Niente a che vedere col pavimento rosso, il mobilio nuovo di zecca e l’impatto istituzionale che il direttore dell’Asl volle per l’ala buona del palazzo, quella che ospitava le sue stanze. Salvo poi cambiare idea due anni dopo, quando le fece trasferire. «Questa è una sede istituzionale e di rappresentanza: ho solo cercato di renderla più dignitosa - spiegò nel dicembre 2009 Monica Calamai -. Quando sono arrivata ho trovato bagni che sembravano latrine. È giusto invece che i lavoratori, direttrice compresa, operino in un ambiente confortevole e dignitoso».
Quella ristrutturazione costò ufficialmente 200mila euro accendendo un’animata protesta dei sindacati, Cisl in testa, con duri interventi anche in consiglio comunale dei consiglieri Romiti e Lamberti. E la polemica si riaccese appena un anno fa, quando 24 mesi dopo i lavori, la direzione decise di abbandonare gli uffici per trasferirsi in viale Alfieri.
Ora il terzo atto della telenovela. Con quel terzo piano abbandonato a se stesso e condizionatori, mobili nuovi e apparecchiature tecnologiche pagate con i soldi dei contribuenti, lasciati alla mercé di chiunque in una sorta di self service.
Certo, non sarebbe semplice portar via una scrivania o un condizionatore a mezzogiorno senza che nessun impiegato dei piani inferiori si accorga del trasloco (ma il videoproiettore e i fascicoli sicuramente sì), ma non si può non notare la facilità con cui entrando nella villa in orario di ufficio si potrebbe attendere la chiusura del portone a sera e poi portarsi via un infisso al giorno oppure uno split o magari passare al setaccio il pian terreno, il primo e secondo piano dove gli uffici sono ancora funzionanti e dove ci sono documenti importanti ma anche computer e telefoni pagati coi soldi nostri e oggi decisamente poco tutelati come suggerisce bene quel bigliettino attaccato alla porta: “Chi esce dopo le 19 chiuda il portone”.
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