Il Tirreno

Livorno

La rabbia alza il tiro Dito puntato contro il socio di Asa

La rabbia alza il tiro Dito puntato contro il socio di Asa

L’amministratore delegato genovese Trebino si difende «Rispettato il piano degli investimenti, Del Nista ci ripensi»

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LIVORNO. Macché la testa di Del Nista, il black out dell’acquedotto chiama in causa l’alleanza con il socio privato di Asa (che non è più solo Genova perché in Iren ci sono le ex municipalizzate di Torino e di alcune città emiliane). A alzare il tiro è il numero uno dei dipietristi Idv, Andrea Romano, ricordando che Iren ha due voti su tre in consiglio (e l’amministratore delegato) e ha i poteri di gestione. La «miracolosa privatizzazione», cosa ha portato? E «a fronte degli aumenti tariffari, di quanti e quali investimenti ha potuto beneficiare la città in questi ultimi 15 anni? Cominciamo da qui a fare chiarezza».

È Benedetto Tuci, assessore dipietrista a Colle ma qui in veste di dirigente del Movimento Consumatori, rincara: «Non credo che Del Nista dovrebbe dimettersi per il tubo rotto, c'è ben altro…». Nel mirino i «mancati investimenti» e del «socio privato che non fa quello che dovrebbe fare, lo dico da anni». Ecco che anche Tuci chiama in causa «i soci privati che, a quanto vedo, hanno tutto l'interesse a nascondersi: Trebino, ad esempio, non ha niente da dire di questa questione?».

Ennio Trebino, amministratore delegato di Asa, parte con una doppia sottolineatura. Da un lato, un’ammissione: «Capisco che i cittadini siano arrabbiati e non abbiano una gran voglia di ascoltare le nostre spiegazioni». Dall’altro, quasi una rivendicazione: «Il lavoro che abbiamo fatto è stato corretto e tempestivo: dirigenti, capisquadra, operai».

Qui però non è in ballo la virtù dei dipendenti Asa ma quella del socio che vale il 40% di Asa. «Vogliamo fare – dice Trebino – un’analisi di quel che ha fatto il socio in questi anni? Benissimo, sono i clienti a dire che il servizio è migliorato. Abbiamo fatto gli investimenti previsti dal Piano d’ambito, a cominciare dall’eliminazione del boro nel sud della provincia». Quanto alle dimissioni di Del Nista, lo invita a ripensarci: «Gli ho manifestato la mia stima, sono convinto che non abbia responsabilità anche se è ovviamente dispiaciuto per quel che è accaduto alla sua città».

E lei non ha davvero niente da rimproverarsi nella gestione di questa emergenza? Non è prevedibile la fragilità di uno schema di acquedotto in cui l’approvvigionamento dipende dal maxi-tubo che collega al campo pozzi di Filettole? «Faremo una analisi autocritica nel dettaglio ma – avverte – bisogna dire che è capitato di intervenire su quel collettore senza che la gente neanche se ne accorgesse: stavolta le scariche hanno mandato ko il sistema di telecontrollo e ci siamo accorti del guaio quando i serbatoi erano ormai a secco».

Ma non potevano esser tutelato meglio dai fulmini il sistema informatizzato? «C’è stata una quantità eccezionale di scariche». E al cronista che gli segnala che il telecontrollo avrebbe aiutato a gestire meglio la primissima fase dell’emergenza ma senza evitare il caos successivo, l’amministratore delegato replica: «Il guasto era in un punto in cui l’argine non teneva più, l’acqua buttata fuori dalle pompe ce le ritrovavamo fra i piedi finché non sono state messe le palancole. Ci siamo dovuti affidare a ditte esterne? Ovvio, nessuna società ha al proprio interno tutte le specializzazioni».

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