Gioco
Vigile assolto dopo 9 anni «Non farò la fine di Cardosi»
Era accusato di sfruttamento della prostituzione e immigrazione clandestina. È sospeso dal servizio: chiederò i danni e di tornare ad indossare la divisa
LIVORNO. Appena prima di sedersi tira fuori dalla tasca della giacca una serie di bugiardini e li poggia sul tavolo: «Sono quelli delle medicine che prendo per dormire, parlare e non tremare», dice spingendoli in avanti e lasciando le mani parallele al pavimento tanto da notarne il movimento. Poi, alzando gli occhiali scuri cerca di scandire le parole e tenere a bada i tic con i quali deve convivere, e aggiunge: «Non mi faranno fare la fine di Gianpaolo Cardosi, non mi ridurranno così. Appena tutto sarà finito rivoglio il mio posto di lavoro e quello che mi hanno tolto dal 2002 ad oggi».
Il ritratto. Fulvio Poggi, 61 anni, per oltre un trentennio ha lavorato su una moto della polizia municipale. «Sono stato assunto il 23 marzo 1978 - ricorda - amo la mia professione, mi piaceva andare in giro per la città, mi dicevano che era un po’ pazzerello, ma io le multe tanto per farle non le facevo. La mia filosofia è sempre stata quella di prevenire e non quella di reprimere per fare cassa a tutti i costi».
Nel 2004 la prima sospensione, il reintegro dopo 24 mesi, ma in ufficio. Tre anni fa il secondo provvedimento disciplinare in seguito ad alcuni guai giudiziari. Per ora le sue partite con l’ingiustizia - come la chiama lui - parlano di una condanna e due assoluzioni.
L’ultima vittoria è arrivata la settimana scorsa con formula piena: era accusato di associazione per delinquere, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nella maxi inchiesta che riguardava il locale gli “Amici della Musica”, in via delle Cateratte, chiuso nel 2004 per un presunto giro di squillo.
La sentenza. «Quando il giudice ha letto la sentenza – ricorda – è stata una liberazione. Adesso l’ultima battaglia che devo affrontare con il mio legale, l’avvocato Massimo Gambacciani, riguarda l’appello a una condanna in primo grado a due anni dove ero imputato per aver alterato un verbale. Io ripeto che sono stato messo in mezzo. È una storia talmente assurda che perfino il pubblico ministero aveva chiesto che venissi assolto, poi è andata diversamente, ma sono sicuro che sarà fatta giustizia».
In attesa della sentenza, Poggi vive con seicento euro al mese insieme al suo cane Rocky. «Li spendo tutti per pagare l’affitto e se non fosse per qualche amico che mi aiuta e che ringrazio, farei la fame».
L’inizio. Per raccontare la sua storia giudiziaria è necessario tornare al 2002. «Mi convocò il comandante – ricorda – dicendomi che una collega mi aveva denunciato per violenza sessuale. All’inizio non ci credevo, pensavo che scherzasse. Poi ho capito che era tutto vero. Mi levarono la moto e mi misero in ufficio. Il mio compito era quello di mettere in ordine le multe. È in questo periodo che è iniziata la depressione. Chi non ci è passato non la può capire. È una cosa bruttissima. L’esempio che faccio sempre è quello di un uccellino a cui tagliano le ali: sopravvive ma non può volare».
Una sera Poggi, mentre è in servizio sul Ponte Genova, si avvicina al locale di via delle Cateratte. «Ci sono entrato perché ho visto un paio di ragazze alla finestra. Parlando il romeno e l’ungherese ho fatto subito amicizia e mi sono messo a chiacchierare con loro. Pochi minuti dopo il titolare che conoscevo di vista mi ha detto che avrei dovuto fare la tessera di socio e l’ho fatta. Un paio di giorni dopo mi chiama e mi dice che aveva la macchina rotta e se potevo andare a prendere un paio di ragazze in una pensione: l’ho fatto.
L’epilogo. Infine ho ospitato a casa due ballerine e con una di loro ho avuto una relazione. Infatti è tornata anche l’anno successivo con tutti i documenti in regola. Il titolare – ha ammesso anche in aula – per le spese mi dava 8 euro al giorno, ma sapendo che lui non pagava le ragazze se non facevano consumare i clienti la sera andavo là. Ma io con lo sfruttamento non ci entravo, lo dissi anche al pm». Nell’autunno 2003 a casa di Poggi arrivano i finanzieri. Otto mesi dopo, è il 23 aprile, scatta l’arresto. «Mi vennero a prendere a casa. Dopo cinque giorni mi liberarono ma quando sono tornato al lavoro ho scoperto che ero stato sospeso per 24 mesi».
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