Gioco
«Inviterò papa Francesco a pregare con i livornesi»
Confermato il pellegrinaggio della diocesi in San Pietro per la visita “ad limina” È in agenda per il 9 e 10 aprile, sarà una delle prime udienze del nuovo pontefice
LIVORNO. «Fra pochi giorni la nostra diocesi andrà in pellegrinaggio a Roma per la visita "ad limina": a papa Francesco chiederò di farci il dono di venire a salutare i fedeli livornesi alla messa nella basilica di San Pietro». Il vescovo Simone Giusti non smentisce il piglio garibaldino con cui interpreta il ruolo e, con un modo di fare così diretto e "livornese", fa partire l'invito al pontefice. Anzi, un doppio invito: prima a incontrare i livornesi a Roma, «poi a venire lui a Livorno».
«Già in quelle poche parole pronunciate di fronte alle folle – racconta Giusti – c'è un'idea di papato destinata a lasciare un profondo segno di rinnovamento». A cominciare dal nome: il papa argentino sembra un uomo umile e dimesso eppure non si è tirato indietro di fronte alla possibilità di darsi, cosa mai accaduta prima, il nome del santo di Assisi: un religioso che ha dato una svolta alla Chiesa. Non solo: dietro quel Francesco, secondo il monsignore-architetto, «c'è anche san Francesco Saverio, gesuita come Bergoglio, evangelizzatore aperto all'Oriente». Tradotto: «Non è più giovanissimo ma gli riconoscono tutti grandi doti di spiritualità, segno che la Chiesa si è orientata ad affidarsi più a un santo che a un manager per affrontare con passione le sfide difficili che la attendono».
Porte aperte al mondo. La prima è scritta nella provenienza geografica di Jorge Bergoglio: dall'altra parte dell'Atlantico ma con radici piemontesi. «La Chiesa è spalancata sul mondo, e lui è il primo vescovo di Roma che viene da così lontano».
Il vescovo Giusti lo dice sottolineando tre cose. L'una: «L'avete ascoltata quella richiesta al popolo dei fedeli di pregare per lui prima ancora di impartire la benedizione? E' l'imprinting della teologia latino-americana del rapporto fra il vescovo e la sua gente, una sorta di "circolarità" che lascia immaginare nuovi rapporti fra centro e periferia». L'altra: «Avete fatto caso quanto ha insistito nel definirsi nient'altro che "vescovo di Roma"? Sembra un segnale che lascia intravedere una nuova idea di collegialità all'interno della Chiesa». La terza: «Avete notato che ha usato le parole semplici che adopererebbe chiunque di noi e invece il cuore del suo discorso sono state il Padre Nostro e l'Ave Maria? Mi ricorda Giovanni Paolo II e il suo atteggiamento di preghiera costante: non ha fatto un discorso "politico", ha detto le preghiere più semplici che tutti i fedeli conoscono».
Al tirar delle somme, Giusti cita il blog di Sandro Magister: «Il conclave è una macchina straordinaria che alla fine fa emergere una persona migliore di quelli che l'hanno eletta». E aggiunge: «Ci aspetta probabilmente un grande cambiamento, una stagione di rinnovamento. E di preghiera».
Il Collegio di Montenero? Il nuovo pontefice diventa sacerdote un po’ tardino (a 33 anni) rispetto alle tabelle di marcia consuete: è gesuita e il suo corso di studi è sotto le insegne della Compagnia di Gesù. Probabilmente il suo corso di studi è tutto in America Latina. Ma, anche se non esistono testimonianze al riguardo, non è possibile escludere che in qualche circostanza abbia potuto entrare in contatto con i giovani, principalmente di origini sudamericane, che studiavano al Collegio Pio Latino Americano, una struttura di formazione del clero che dagli anni ’20 aveva una sede anche nella nostra città, a Montenero. Alle spalle del santuario, in una zona ormai da decenni trasformata in un condominio.
Fra un mese dal Papa. Resta confermato per il 9 e il 10 aprile il pellegrinaggio della diocesi a Roma: una folla di centinaia e centinaia di fedeli si è messa in nota nelle varie parrocchie, alcuni per il viaggio di due giorni e altri per quello della sola giornata del 10. E' ancora da vedere come fisserà l'agenda il nuovo pontefice, qualche settimana fa dalla Santa Sede era stato segnalato che si sarebbe tenuta regolarmente la visita "ad limina", cioè l'incontro che il vescovo di ciascuna diocesi cattolica deve avere con il Papa ogni cinque anni. In realtà, in questo caso gli anni sarebbero già sei: è la prima volta per monsignor Simone Giusti, consacrato vescovo nel novembre 2007 appena prima di insediarsi al timone della diocesi labronica.
L'ultima visita "ad limina" del pastore della Chiesa livornese era avvenuta pochi mesi prima, nella primavera del 2007: Joseph Ratzinger era già Papa ma la diocesi era nella fase di "interregno" fra il trasferimento del vescovo Diego Coletti alla guida di Como e l'arrivo di monsignor Giusti da Cascine di Buti. Per questo motivo toccò a monsignor Paolo Razzauti – in qualità di amministratore apostolico, cioè in sostanza di "reggente" – rendere relazione sullo stato di salute della Chiesa a Livorno.
Livornesi in San Pietro. Il pellegrinaggio dei fedeli livornesi, dunque, accompagna fisicamente l'arrivo in Vaticano del proprio vescovo: ovviamente, la visita "ad limina" vera e propria è a tu per tu fra il pontefice e il responsabile della diocesi, ma dal punto di vista religioso è un fatto simbolico forte questa sorta di "coralità" dell'arrivo a Roma con la celebrazione della liturgia della "carovana" livornese in San Pietro.
Non era per una visita "ad limina" che il 1° ottobre 2003 l'allora vescovo Diego Coletti portò all'udienza generale di papa Wojtyla una tribù di un migliaio di fedeli da Livorno e Rosignano: uno stra-mare di gente, tenendo conto che Livorno è una delle diocesi più piccole d'Italia con una percentuale di pratica religiosa fra le più basse del Bel Paese. E anche quella volta, per una singolare coincidenza del destino, simboli religiosi e significati umani si erano moltiplicati: caso volle che l'incontro con Giovanni Paolo II avvenisse all'indomani di una intervista in cui l'allora cardinal Ratzinger segnalava i gravi problemi di salute del Papa. E in piazza, sotto gli occhi dei livornesi, di fronte a Wojtyla in affanno arrivò – preso sottobraccio da Coletti – monsignor Ablondi, per trent'anni pastore della Chiesa labronica. L'uno e l'altro, Wojtyla e Ablondi, 83 anni il primo e 79 il secondo, già fiaccati dalla lotta con il morbo di Parkinson, eppure indomabili.
Quel giorno toccò ai fedeli livornesi esser testimoni del Papa malato che resterà «sulla croce» della malattia altri 18 mesi prima di chiudere gli occhi per sempre, adesso saranno ancora i livornesi a incontrare il Papa in una delle prime udienze del nuovo pontificato.
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