Il Tirreno

Livorno

Da due notti nel fango per ridare l’acqua alla città

di Federico Lazzotti

Lungo l’argine dell canale dei Navicelli con gli operai e i tecnici impegnati a riparare la tubatura che si è rotta tra piani alternativi e attese

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LIVORNO. Le luci artificiali illuminano la seconda notte di lavoro lungo il canale dei Navicelli, a due passi dall’uscita che dall’Aurelia porta verso Coltano. «Dove c’era la discoteca Missisipi», si sente rispondere chi chiede indicazioni per raggiungere il punto esatto dove da 48 ore si sta combattendo la battaglia tra tecnologia e natura, nel tentativo di riportare al più presto l’acqua nelle case di centomila livornesi.

Sono da poco passate le dieci di sera, e prima di intervenire sulla tubatura danneggiata, gli operai devono ancora piantare nel terreno argilloso le ultime palancole ermetiche, lastre alte almeno cinque metri che servono a formare una diga lungo l’argine per evitare che l’acqua del fiume filtri ancora nel cratere dove scorre la condotta.

La colonna sonora sembra quella di un concerto metal che di tanto in tanto veniva organizzato nel rudere abbandonato a due passi dall’argine dove ora vengono appoggiati tubi e motori. Ma il suono sordo e metallico, stanotte, non è quello di batteria e basso, ma della testa della gru che batte sulle lastre per fissarle a terra.

«Inizieremo a lavorare sul tubo che si è rotto intorno a mezzanotte e speriamo alle 4 l’operazione si sia conclusa», spiegano nell’ultima comunicazione ufficiale i vertici di Asa.

Stefano e la sua squadra di trentatre turnisti ha davanti a sé una notte in bianco, Nicola, invece se l’è appena lasciata alle spalle. I due operai dell’Asa, giacca caterifrangente arancione e scarpe da lavoro, a metà pomeriggio hanno i piedi immersi nel fango e stanno appollaiati lungo l’argine dei Navicelli insieme ad una ventina di colleghi mentre davanti a loro si tagliano gli ultimi alberi per permettere la creazione del cantiere.

È a pochi passi da loro, dentro ad un cratere che sprofonda per oltre tre metri, in mezzo ad acqua sporca, detriti e pezzi di legno che spunta la sagoma dell’acquedotto.

«A guardarlo così – spiega un operaio con la barbetta ingrigita – sembra un tubo da nulla, invece da qui passano quattrocento litri al secondo, in pratica si tratta dei due terzi dell’approvvigionamento totale di cui ha bisogno la città».

Quello che è successo tre metri sottoterra martedì mattina cerca di spiegarlo Mirco Brilli, responsabile impianti e reti dell’Azienda. «La giuntura che collega i due tubi, uno in fibrocemento e l’altro in acciaio, ha ceduto. L’acqua ha iniziato ad uscire creando il cratere che vedete. Ma la cosa peggiore è stata il cedimento del terreno e l’abbassamento di alcuni centimetri della condotta più piccola».

Per riparare il danno, in un primo momento, gli ingegneri aveva ideato un piano soft e più rapido: mettere delle palancole intorno alla frana, pompare via l’acqua e con l’aiuto di un paio di sommozzatori mettere in linea la condotta e rattopparla con una nuova giunta. «Ma il progetto - spiega Nicola – è naufragato poco prima delle una quando ci siamo accorti che l’argine del fiume aveva ceduto più del previsto e quindi l’acqua che filtrava era troppa per poterla aspirare via».

Per questo è iniziato il piano B e da Reggio Emilia è partito un camion con 54 lastre ermetiche ed è stato pianificata l’operazione di taglio e cuci del tubo. Il costo totale dell’operazione? «Per adesso – rispondono da Asa – cerchiamo risolvere il problema, i conti li faremo alla fine».

È nei tempi morti che si fanno le riflessione. «Il problema vero – spiega un operaio con la tuta bianca guardando gorgogliare la condotta – è che questa tubatura risale a quando la città aveva la metà degli abitanti: prima eravamo 80mila ora siamo il doppio, tutti ci laviamo e vogliamo le comodità». La notte dei Navicelli non è ancora finita.

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